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Troppo giovane son io, ed il Nero e' un triste colore.

"E' come se le note musicali, creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai"

(Muriel Barbery)









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L' eleganza del riccio

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarno
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci troverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA



















 

letteratura
1 dicembre 2006
LA VOCE CONTINUAVA - 4

Mi fermai a guardarla nel buio della strada che stavamo percorrendo. Lei per un attimo non se ne accorse. Poi si voltò e vide che la fissavo. Mi stampò in viso, quel suo sorriso che tante volte mi aveva fatto fermare a riflettere. Adesso era ancora più bello. Contornato dal buio.
- Cosa c’è ? –
- Tutto…. –
- Eh ? –
- Niente, lascia stare. –
Non volevo che capisse che mi stavo beando internamente della sua bellezza. Anche se forse, in quanto donna, e quindi dotata di fortissimo sesto senso, lo sapeva.
Il suo sorriso me lo faceva capire perfettamente. Era maliardo, ma non cattivo.
Anzi.
Senza il suo sorriso non sarei più stato in grado di vivere.
Presi nella tasca del giaccone una sigaretta.
- Ancora ? Ma quando smetterai di farti questo ? –
Diedi una boccata profonda e la fissai.
- Questo cosa ? –
- Questo diavolo di autolesionismo tabagista….-
Non sapevo se aveva ragione, ma detto da lei sembrava l’unica soluzione della vita.
Mi tornarono alla mente le parole della canzone di Sergio Caputo “Perché non vai dal medico, ma che ci vado a fare non voglio mica smettere di bere e di fumare”.
Soprassedei al pensiero.
Mentre la fissavo vedevo nei suoi occhi scorrere la vita. La morte. La notte.
Tutte cose che amavo.
Ed in fondo lei le riassumeva tutte in se stessa.
Cominciava a scendere una fitta nebbia che abbassava la temperatura.
Lei si strinse nelle spalle, ed il suo cappotto nero la chiuse di una stretta quasi materna. Mi avvicinai e le baciai i capelli. Vidi che una lacrima scendeva dai suoi occhi.
Le baciai la guancia per asciugarla e per sentire il sapore salato.
- Perché ? –
- Cosa ? –
- Perché siamo qui ? –
- Non so nemmeno dove siamo a pensarci bene….-
- Ah ecco… Tombola –
- E’ tanto importante in fondo ? –
- Non lo so. –
- Ancora non so il tuo nome, quindi presuppongo che se non è importante il “con chi”, lo e’ tantomeno il “dove”. O no ? –
Era ferma, sempre più stretta in se stessa. Ora quando respirava con la bocca usciva del fumo dalle sue labbra. Sembravamo due fumatori incalliti.
- Non ne sono tanto sicura –
- Eh no, adesso sono io che ti dico che il dove non ha nessuna importanza –
- E perché sei qui ? –
- Solo perché me lo chiede il cuore, sei tu che mi hai detto di seguirlo –
- Quando ? –
- Sono i tuoi occhi che me lo dicono ogni momento, ogni qualvolta che li guardo o anche quando non lo faccio. –
 Rimase in silenzio. Non so perché. Poi si avvicinò e mi diede un bacio sulla fronte.
Si voltò e si diresse verso il muro.
- Vorrei poterlo attraversare per vedere cosa c’è dall’altra parte –
- Perché ? –
- Mi spaventa il vuoto, il non conoscere –
- Ma, se con l’amore non funziona così come può spaventarti il non conoscere ? –
- L’amore è un sentimento e cresce. E non sapere aiuta. Ma se sapessi cosa c’e’ dall’altra parte potrei “vivere” meglio.
- Ama, e vedrai che vivere sarà molto più semplice –
La lasciai a fissare il muro. La voce continuava. Incessante imperterrita.
Mi buttai per terra per non piangere e cominciai a prendere a cazzotti il pavimento.
“Lasciami in pace, lasciami vivere, lasciami amare”.
Vidi quelle mani scendere, arrivare dove non avrebbero dovuto. E vidi quel viso indifferente, sentii la vischiosità di quel momento. E vidi quel calcio che non avevo mai dato. E che se forse avessi assestato, non avrebbe dato luogo alla voce.
Ma il calcio non c’era stato. E non potevo inventarlo adesso, per quanto mi avrebbe potuto fare comodo. Ma non potevo.
E intanto la voce, continuava.




permalink | inviato da il 1/12/2006 alle 22:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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