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Troppo giovane son io, ed il Nero e' un triste colore.

"E' come se le note musicali, creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai"

(Muriel Barbery)









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L' eleganza del riccio

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarno
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci troverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA



















 

letteratura
6 dicembre 2006
LA VOCE CONTINUAVA- 5
Lasciai la finestra aperta perché entrasse un pò di vento.
Lei era in cucina a preparare un nonsocosa da mangiare. Io ero oltremodo pensieroso.
Anzi, direi scosso. Il pensiero della notte precedente, quando lei si era fermata a guardare il muro, era tornato in tutta la sua prepotenza, insieme a Morfeo.
Avevo poco più di 11 anni. Quando tutto sembra normale, anzi, sembra bello. E la tua unica colpa, in quel momento è non capire una beneamata mazza di matematica….
Non sapevo più se dovevo continuare a far defluire i pensieri, quando, vidi un albero scosso da un vento morto. E allora mi fermai a fissarlo. Cercai di dargli una forma antropomorfa, ma tutto risultò inutile. Somigliava a tutto e non somigliava a niente. Come me in quel momento. Ero tutto e non ero niente. Il Serenase non sembrava in grado di correggere quella situazione.
Ma ripresi a pensare a 15 anni prima.
Ricordo ancora i miei pantaloni neri, in un inverno incomprensibile.
Era inutile. Quei numeri non mi entravano in testa. Quelle frazioni erano quanto di più alieno ci fosse da me.
Come un fulmine a ciel sereno sentii qualcosa che si insinuava.
Cercai di distogliere il pensiero, di concentrarmi su quei cazzo di numeri arabi.
- Che fai ? -
- Pensavo- dissi ringraziandola mentalmente per avermi distolto dall’ennesimo brutto pensiero di quella che non era più esistenza.
- Ti ho sentito piangere stanotte…-
- Ah si ? –
- Singhiozzavi… -
Se ne era accorta. Le avrei voluto evitare quello spettacolo, ma chissà, forse era giusto così.
Cercai il suo abbraccio, e quegli occhi neri.
Lei mi fissò e vide che ricominciavo a piangere.
- Beh… se devo farti questo effetto lasciamo perdere- mi disse sorridendo
Scoppiai a ridere. Un riso nervoso, dato che i miei pensieri si accavallavano, giravano in testa, infastidendo quel momento di dolcezza. Vidi davanti a me un buco nero. Ed io vi camminavo dentro. Tanta nebbia.
E del resto la nebbia non mi spaventava. Ci convivevo.
- Senti Pierrot- esclamò interrompendo i miei pensieri
- Ecco mi mancava solo di essere paragonato ad una maschera triste-
- Una maschera appunto, io voglio il te vero.-
- Ognuno di noi porta una maschera, mia dolce sconosciuta –
I suoi occhi per pochi secondi si riempirono d’odio. Non le piaceva che le ricordassi, che avevamo deciso di non dirci i nostri nomi. Ed era in grado di farmelo pesare in maniera impressionante.
- Lasciami-
- Ancora ? Ma possibile che ogni volta…-
- Si è possibile –
Meraviglioso. Eravamo precipitati nell’imbuto dell’incomunicabilità.
Si era creato un muro trasparente di nulla che non saremmo riusciti a scalfire, se nessuno dei due, fosse uscito dal suo bastardissimo orgoglio.
- Vado a farmi un drink- le annunciai.
Ma lei non ascoltava. Si era sporta alla finestra ed osservava un carretto che passava (ma l’uomo non gridava gelati).
- Sei come quel cavallo!-
- Io ? –
- Si. Non riesci ad accettare che io voglia costruire Amore con te senza preoccuparmi delle sovrastrutture-
     - Ah perché il nome adesso è una “sovrastruttura” ?-
- Secondo me… si -
- Beh, amore mio, hai un concetto di sovrastruttura che andrebbe rivisto e corretto –
- E tu sei equino. Hai i paraocchi –
- Si va bene. Chiamami Nestore allora –
- Mi prendi in giro ? –
- Io ? No. Cito dei fatti. Siamo qui, io non so come ti chiami, ma so che ti amo. E non pensi che possa pesarmi non dare un nome a ciò che amo ? –
- Perché non lo chiami soltanto Amore ? –
- Quindi io sarei Psyche ? –
- Tu sei tu. Tanto mi basta –
- A volte non so, se ti accontenti o se sei fantastica –
Non mi ascoltava, si era avvicinata allo stereo, e con la sua piccola mano, aveva premuto il tasto di avvio, che con il suo classico click annunciava il prossimo inizio di una canzone.
“ Voglio vederti danzare, come le zingare del deserto…”.
Battiato inondò la stanza.
Lei si stese sul letto. Chiuse gli occhi. Si passò la mano nei capelli neri.
Di scatto si alzò e mi fissò.
- E se... –
- E se ? –
- E se decidessimo di morire ? –
Non capivo se era seria o gioconda. Meglio dire Pazza.
Mi fissò ancora una volta. Io non seppi darle una risposta. Allora lei chiosò tutto alzandosi, baciandomi sulla bocca e dirigendosi verso la porta.
- Non devi rispondermi adesso. Pensaci. Quanto vuoi. Però intanto mi e’ venuta fame. Andiamo a mangiare ? -
Rimasi basito per un secondo. Vidi la sua figura allontanarsi. Mentre il passo si allontanava e si faceva più leggero, mi venne da chiedermi cosa le fosse passato per la mente.
E pensai una cosa: il calcio non lo avevo assestato.
Ma soprattutto c’era un dato inconfutabile, giornaliero, che non rendeva poi così peregrina la sua proposta di qualche minuto prima.
La voce continuava.



permalink | inviato da il 6/12/2006 alle 2:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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