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Troppo giovane son io, ed il Nero e' un triste colore.

"E' come se le note musicali, creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai"

(Muriel Barbery)









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L' eleganza del riccio

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarno
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci troverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA



















 

musica
27 dicembre 2006
LOTTAVANO COSI' COME SI GIOCA

1973: Un anno importante per la discografia, italiana e per i Deandreiani. Nei negozi di dischi esce l’ennesimo concept album del cantautore genovese: “Storia di un impiegato”. Forse il disco più pungente e graffiante della discografia di Faber. Un disco corale. Un disco di gruppo. Un disco della generazione del “vento”. Quel vento che soffierà sull’Italia e sull’Europa, ma particolarmente sullo stivale, fino al punto cruciale, che mi piace individuare nel 9 maggio del 1978, la morte di Aldo Moro.
“Lottavano così come si gioca \ i cuccioli del maggio era normale \ loro avevano il tempo anche per la galera \ ad aspettarli fuori rimaneva \ la stessa rabbia la stessa primavera”.
In questi versi, con cui si apre il disco, è racchiusa la summa di quegli anni, anni di piombo, rivoltelle, espropri proletari, ma soprattutto di ideali. Condivisibili o meno. Non è questo il problema.
“Anche se il nostro Maggio \ ha fatto a meno del vostro coraggio \ se la paura di guardare \ vi ha fatto chinare il mento \ per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti”, perché in fondo quella “rivoluzione” riguardava tutti, anche coloro che tendevano a tapparsi il naso, a chiudere gli occhi, coloro che nella prima versione de “La canzone del Maggio”, poi censurata probabilmente per obblighi discografici avevano “lasciato fare ai professionisti dei manganelli \ per liberarvi di noi canaglie \ di noi teppisti \ di noi ribelli”, quelli del comandamento “Ama il consumo come te stesso”, tanto obnubilati da questo da averlo osservato “fino ad assolvere chi ci ha sparato”.
Il disco di coloro che stanchi del potere occulto “Rischiavano la strada e per un uomo \ ci vuole pure un senso a sopportare \ di poter sanguinare \ e il senso non deve essere rischiare \ ma forse non voler più sopportare”.
La generazione del 70, voleva, o almeno credeva di voler, distruggere falsi miti, una sorta di iconoclastia rivoluzionaria, e Fabrizio questo lo capisce, e lo riassume ne “Al ballo Mascherato”, dove tutti i miti e le figure retoriche della sociètà vengono accorpate in una sorta di attentato dinamitardo all’interno di un ballo carnevalesco: tra un “Cristo drogato da troppe sconfitte”, “Maria ignorata da un Edipo ormai scaltro”, “Nelson strappato al suo Carnevale” e genitori che si piegano su se stessi, un padre che “pretende aspirina ed affetto \ ed inciampa sulla sua autorità”, ed una genitrice che “Si approva in frantumi di specchio”.
Tutti accumunati da un destino: la bomba.
In un sogno sudato e lunghissimo, il protagonista viene interrogato dal potere, che gli dimostra essere forse più forte di lui, con una domanda finale, a cui forse, è impossibile dare una risposta: “Oggi un giudice come me \ lo chiede al potere se può giudicare \ tu sei il potere \ vuoi essere giudicato ? \ vuoi essere assolto o condannato ?”
La famiglia, in tutte le sue forme diventa un impedimento, diventa una gabbia, quando vogliono far si che tu ripercorra a tutti i costi le orme paterne “C’e’ li un posto \ lo ha lasciato tuo padre \ non dovrai che restare sul ponte \ e guardare le altre navi passare \ le più piccole dirigile al fiume \ le più grandi sanno già dove andare”.
Le “teste pensanti dei meravigliosi 70, impediscono il libero pensare, tanto che un bombarolo decide di scardinarle “intellettuali d’oggi \ idioti di domani \ ridatemi il cervello che basta alle mie mani \ profeti molto acrobati della rivoluzione \ oggi farò da me \ senza lezione”.
Il punto poetico più alto del disco è a parer mio “Verranno a chiederti del nostro amore”, dove, il bombarolo della canzone precedente lancia un invettiva contro la sua amata: la accusa di preferire i parolai al suo amore sincero “A quella gente consumata nel farsi dar retta \ un amore così lungo \ tu non darglielo in fretta” , di essere cambiata al punto da non essere più riconoscibile “tu regalagli un trucco che con me non portavi \ e loro si stupiranno che tu \ non mi bastavi”, di essere schiava delle convenzioni e di non riuscire a liberarsi da esse “ Andrai a vivere con Alice \ che si fa wiskey distillando fiori \ o con un Casanova che ti promette \ di presentarti ai genitori \ o resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro \ senza chiederti come mai \ continuerai a farti scegliere \ o finalmente sceglierai ?”.
“Nella mia ora di Libertà”, la canzone di chiusura, ma che spiega il mondo di De Andrè, come meglio non si potrebbe, la canzone dove l’Io, diventa noi “Di respirare la stessa aria di un secondino non mi va”- “di respirare la stessa aria di un secondino non ci va”, dove l’amore diventa veramente solo una parola se interpretato solo con la pancia “Quel che dirà di me alla gente \ quel che dirà ve lo dico io \ da  un po’ di tempo era un po’ cambiato \ ma non nel dirmi \ Amore Mio”.
Il potere è talmente impalpabile e subdolo che la sola strada di difesa e’ la rivoluzione “Certo bisogna farne di strada \ da una ginnastica d’obbedienza \ fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza \ però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni \ da non riuscire più a capire \ che non ci sono poteri buoni”.
Ascoltare questo disco non può che risvegliare qualche coscienza. E se non lo dovesse fare “per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti”.




permalink | inviato da il 27/12/2006 alle 19:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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