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Troppo giovane son io, ed il Nero e' un triste colore.

"E' come se le note musicali, creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai"

(Muriel Barbery)









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L' eleganza del riccio

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarno
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci troverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA



















 

letteratura
4 luglio 2008
DACCI UN TAGLIO, AL VENTAGLIO!
Se d'estate viaggi su un autobus al cui interno la temperatura minima e' di 40 gradi centigradi, non puoi non arrivare ad una conclusione: il ventaglio è uno strumento dittatoriale.
Hai fretta, hai caldo, il sudore scende su te, come Tomba nelle discese del SuperGigante, e l'autobus è stracolmo.
Prendi coraggio, affronti il caldo canicolare estivo, per andare dove devi andare, e ti accomodi su un qualcosa che e' meno scomodo, forse, solo della Vergine di Norimberga: i sedili del 719.
Il tragitto che devi compiere non e' lungo.
E' tendenzialmente interminabile.
Sei fortunato.
Ti accomodi, ed un raggio, il più caldo, di quella palla di fuoco, che gli uomini chiamano Sole, ti si poggia su una gota. E te la cuoce.
Cerchi di fare il vago.
Inizialmente con espressioni facciali modello Jim Carrey.
Sorridi alla persona che ti siede di fronte.
Che ti odia.
Lei non vuole avere alcun rapporto con te, tantomeno con la visione del sudore che ti sta invadendo la faccia (effettivamente fa schifo a me che la sto scrivendo).
Prendi atto del rapporto idiosincratico tra te e il passeggero che ti guarda in faccia.
Il tuo viso, nel contempo ha raggiunto temperature impensabili.
Probabilmente la tua guancia ha il colore del rosso del semaforo, ma tu non devi pensarci.
Apri il libro che ti porti, ogniqualvolta decidi di muoverti da casa.
Apri una pagina e ti concentri. Leggi.
In un attimo, ma come accade spesso cambia il volto d'ogni cosa (citazione).
Ad un tratto, una signora sale sull'autobus.
La quantita' di H2O, che lei ha sul volto, è pero' almeno 5 volte inferiore alla tua.
Pensi che le ghiandole sudoripare della soggetta in questione, abbiano dei problemi di secrezione, e in un certo qual modo, le sei vicino.
Allorchè lei decide, che il posto migliore è quello accanto a te.
Qualche secondo prima, eri tu ad essere vicino a lei.
Ora è lei ad essere vicina a te.
Seduta.
Comprendi improvvisamente, il motivo del minimo sudore sul sembiante della donna, quando ella, da una borsa che potrebbe contenere qualunque cosa, tira fuori un VENTAGLIO!
A quel punto dalla comprensione passi al disprezzo.
L'odio arriva, quando la signora, inizia a sventolarsi.
Leggi sul suo volto la soddisfazione di un refolo d'aria che la aiuta a sopportare la distanza da percorrere.
Bestemmi interiormente, quando, senza se e senza ma, con un sorriso a 42 denti, una signora dall'altro lato della vettura, tira anche lei fuori un VENTAGLIO.
Le due signore si guardano, si sorridono.
Soprattutto, non sudano.
Tu hai perso 3 litri di liquidi, neanche sorbire l'intero Lago di Garda, potrebbe reintegrarti.
A quel punto, è come se tu, ed altre 35 persone foste sotto Palazzo Venezia, il 2 di Luglio, con Mussolini ed Hitler a sventolarsi, e voi a crepare di caldo, in attesa che i due dictator si esprimano.
Ne consegue la conclusione, che poi e' anche la premessa:
BASTA VENTAGLI! SONO STRUMENTI DITTATORIALI!
SUDATORI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!
letteratura
12 giugno 2008
IL SORRISO DA FOSSETTE E DENTI ERA DA PUBBLICITA'
Luglio 1990.
Bellissima estate.
Era appena caduto il Muro di Berlino (purtroppo), Donadoni non era ancora Ct della Nazionale, ma ala nel 4 4 2 di Sacchi nel Milan (per fortuna), Berlusconi era "solo" presidente di quel Milan.
Il Pci era diventato da meno di un anno PdS (anche questo purtroppo). Nonostante il crollo del Muro, la Germania, partecipava, a quei Mondiali, nominalmente come Germania Ovest. La maglietta era meravigliosa: bianca, con una banda tricolore nera\gialla\rossa. In Italia si potevano ancora acquistare solo 3 stranieri: l'Inter Tedesca di Matthaeus, Brehme e Klinsmann e il Milan Olandese. Il Napoli di Maradona. Nell'Italia giocava Ancelotti, giocava Schillaci, e gli esterni di centrocampo ancora non li dovevamo naturalizzare (salvo poi scoprire che magari, di quella bassezza tecnica ce ne sarebbero millanta in tutto il campionato).
Soprattutto, avevo 10 anni.
Quindi non potevo ancora scegliere dove andare in vacanza, e volente o nolente, ero a rimorchio di mammà.
Decidemmo (anzi decise), che le nostre ferie (anzi, le mie vacanze, le sue ferie), le avremmo passate in quel di Sperlonga.
Già assaporavo pomeriggi pieni di nulla, ed i suoi piani folli, secondo cui, avremmo dovuto scendere in spiaggia alle 8 del mattino ("Che poi il sole di Mezzogiorno ti brucia la schiena).
Avevo avuto gli esami di quinta elementare. Stava cambiando qualcosa per me, almeno scolasticamente. Ma fortunatamente, lasciavo, per un breve periodo, a dire il vero l' "E' intelligente ma non si applica", nel cassetto.
Avevo passato l'ennesima malattia esentematica (ne avessi saltata una d'estate, io), quindi l'idea di un po' di mare, non mi spiaceva.
Arrivammo a Sperlonga all'inizio di un caldo Luglio.
Ci sistemammo in una comodissima mezza pensione del luogo.
L'Italia giocava il suo mondiale.
Avevo negli occhi ancora, gli sguardi di Schillaci, il gol di Baggio alla Cecoslovacchia, la Germania schiacciasassi, ed i titoli dei giornali, con articoli annessi, che davano come sicura la finale Italia- Germania.
Del resto, eravamo padroni di casa.
Le giornate, mie e della genitrice, si svolgevano in modo sempre uguale, quasi, matematico.
Mattina al mare, pomeriggio, lei al mare, con una vicina di stanza con madre annessa, in spiaggia, io a fare danni ai videogiochi del bar vicino alla pensione.
Il primo giorno finii il giochetto.
E avrebbe perso di interesse se non che....
Senonche' mi voltai, verso la tavola calda, adiacente al bar, e vidi una ragazza, che lavorava al banco.
Bella da impazzire.
Che avra' avuto 20 anni.
Guardai nelle taschine dei miei orrendi pantaloncini mezzagamba, che mamma, credendo di farmi cosa gradita, mi faceva indossare, e vi scovai 5 mila lire (vecchio conio e non vecchie lire, che senno' dovrebbero esserci le nuove).
Non avevo assolutamente fame, in quel momento.
Pero' lei stava li' annoiata, dietro il bancone, e bella come non mai.
Entrai quindi nella tavola calda e comperai non so cosa.
Qualunque cosa, pur di scambiare 2 parole con lei.
Missione compiuta.
Realizzai nello stesso momento, 2 cose chiare e limpide: il mio peso sarebbe aumentato a dismisura, in quei 15 giorni di mare, e soprattutto, vista da vicino, lei era piu' bella che da lontano.
Nei giorni successivi, costrinsi mia madre, almeno 2 volte al giorno, ad andare in quella tavola calda.
Non c'era quasi mai nessuno quando ci appropinquavamo noi in quel luogo, ma non perche' si mangiasse male, è solo che io avevo studiato, tutti gli orari di stanca del commercio estivo.
Dopo circa 3 giorni, complice anche la parlantina  senza freni di mamma Elvira, la ragazza si sedette fuori con noi, e parlammo per circa 2 ore.
Cioe', parlavano loro, io la guardavo, rapito, negli occhi.
Guardavo muoversi la bocca, ascoltavo quelle parole uscire, come fossero Verbo, per me.
Qualche giorno dopo, ero piccolino al tempo, lei mi disse, complice il fatto, che vicino ai tavolini esterni ci fossero solo 2 sedie:
- "Andrea, vieni qui, siediti sulle mie gambe".
Lo feci.
E tremavo come una foglia.
Mentre lei e mamma parlavano (che far stare zitta mia madre e' come pretendere che il sole brilli a mezzanotte), mi avvicinai al suo orecchio e le dissi:
- "Lo sai che sei bella ?"
Il cuore comincio' a battermi a 15000 battiti al minuto.
Lei arrossi'.
Mia madre, che nonostante, avessi parlato piu' sottovoce che potessi, aveva udito, rise.
Poi sorrise anche lei.
E mi baciò.
Sulla fronte.
Per altri 2 giorni, quelli conclusivi del soggiorno, passammo là i nostri pomeriggi.
E la sera precedente la nostra partenza andammo a salutarla.
Io avevo le lacrime agli occhi.
Lei mi abbraccio', e mi disse: "Ci vediamo l'anno prossimo".
Sapevo non sarebbe stato così, ma dormii bene, quella notte almeno.
Al pensiero che l'avrei rivista.

...Ma nel gioco, avrei voluto dirle, senti io ti vorrei parlare, poi, prendendo la sua mano sopra il banco, non so come incominciare, non la vedi non la tocchi oggi la malinconia ? Non lasciamo che trabocchi, vieni andiamo, andiamo via".
letteratura
4 giugno 2008
NAFTA, TELAI, CIMINIERE CORROSE
Mi domando, se le mie risate, il piu' possibile soffocate, diano fastidio ai ragazzi che, davanti a me, affollano la panineria.
Dal locale esce un brusio indistinto, ma soprattutto, panini in quantità industriale. D'ogni sorta.
(Non ho fame, ma piu' voglia di qualcosa di buono.)
Per non pensare al cibo, mi butto a capofitto nella magistrale opera di Gene Gnocchi, "Il Culo di Sacchi", un libro senza il quale il mondo non puo' fare (ma anche si, probabilmente).
Una pioggerella fastidiosa bagna la mia testa. E non definitivamente. Quel poco che basta per farti incazzare.
(Un bel diluvio sarebbe meglio. Assoluto e definitivo.)
Ad un tratto sento un rumore di ferraglia, e, mentre mi aspetto di vedere apparire un carrarmata, residuato bellico del 45, scopro, stupito, ma anche soddisfatto, che trattasi meramente del 14 notturno.
Salgo.
Appoggio la testa al finestrino e vedo scorrere la strada.
Allo stesso tempo scorrono i pensieri.
(Prima ero occupato da Gnocchi, e a ben pensarci non è nemmeno giovedì.)
Passano case, palazzi, ma di auto, nemmeno l'ombra.
La strada e' veloce.
L'autista un po' indisciplinato.
Meglio così.
Arrivo prima.
Mi volto.
Mi accorgo che sono solo.
Non ci saranno fermate intermedie.
Arriviamo a Magliana.
(Conosci l'odore di strade deserte, periferie misteriose, rotaie implacabili per nessun dove).
Mi alzo.
Mi accorgo che accanto a me c'e' una ragazza.
Dal fisico esile.
Gonna grigia.
Lo sguardo fisso.
(Anche i suoi occhi, rotaie implacabili per nessun dove).
Animalescamente potrei pensare millanta cose.
(A letti, a brandine, ad alcove).
Poi pero' penso che è sola.
Penso che e' buio.
Scendiamo entrambi.
Lei accorcia.
Passando dalle scalette.
Io giro intorno alle scalette, e prendo la strada piana.
Mi fermo.
La lascio andare avanti di qualche metro.
(Dovesse pensare che la sto seguendo.)
Siamo all'ultima scalinata prima della strada.
Mi accorgo che ha nelle orecchie delle cuffiette.
Ne sento la musica.
(Piu' rumore, a dire il vero).
Percorriamo, lei ignara di me, io con lei ben presente, gli ultimi gradini.
Si staglia davanti a noi un panorama sconfinato.
(L'angoscia che dà una pianura infinita.)
Io cammino sulla destra.
Lei sulla sinistra.
Cerco di tenerne il passo.
Sono come convinto di proteggerla.
Ad un tratto, appena la strada subisce una biforcazione, io continuo a destra, lei sempre a sinistra.
La saluto mentalmente.
Abbiamo condiviso un piccolo tratto di strada.
Peccato.
Speravo di piu'.
E' che soffro di solitudine nei ritorni notturni.
Ora io sto aprendo la porta.
Entro a casa.
Lei, non ne ho idea.
Questo mi fa capire, che siamo stati per brevi istanti compagni di viaggio.
Ma "non siamo una strada nè malinconia, nè un treno o una periferia".
E forse questa notte, pensero' a quel piccolo tratto di strada.
Piccolo.
Consueto.
Ma una parte, della mia vita.
letteratura
2 giugno 2008
UN BOCCONE SUCCULENTO
E' difficile capire, quando smettere di giocare e quando fare sul serio.
Affacciato alla finestra, pensavo esattamente questo.
La miriade di domande che affollavano il mio cervello, cozzavano continuamente, contro il ticchettio della sveglia, che da sopra il comodino, annunciava lo scorrere del tempo.
Una nebbia fitta era scesa sulla città e non riuscivo piu' a distinguere i lampioni dalle persone.
La lettera era sul letto.
Chiusa.
Decidere di aprirla significava sapere cosa fare.
Andare o restare.
Da una casa lontana, sentivo arrivare il suono di uno stereo troppo alto (almeno per i miei gusti, evidentemente diversi dall'abitante della casa in questione).
Presi la lettera, la avvicinai all'accendino che avevo tirato fuori pochi secondi prima, e le diedi fuoco.
Guardai bruciare la carta.
Una serie di certezze che si allontanavano.
Se ne andavano per sempre.
(Avrei fatto come volevo io, adesso).
Volsi lo sguardo, per vedere il corpo steso sul letto.
Immoto.
Immutabile.
Il rivolo di sangue che scendeva dalla tempia, era andato a colorare le lenzuola.
(Un milione di euro. Una somma incredibile).
Per uccidere qualcuno, non mi avevano mai pagato una somma simile.
(O almeno, mi avrebbero dovuto pagare, la lettera con scritto il luogo di consegna, oramai era cenere, sul pavimento).
Alzai la cornetta, per chiamare la reception.
Avevo fame e volevo ordinare qualcosa da mangiare.
(Certo, poi vallo a spiegare al cameriere, il cadavere sul letto.)
Quindi, prima di comporre il numero, abbassai le serrande, feci buio in corrispondenza del letto, e decisi che avrei aperto la porta solo a metà.
Ordinai la prima cosa che mi venne in mente.
"Dieci minuti" disse la voce roca, all'altro capo del telefono.
Abbastanza.
Mi stesi sul letto.
Misi le braccia stese.
Pensai.
Presi le pillole.
Ne buttai giu' una quantita' invereconda.
Lasciai che il sonno si impossessasse di me.
Per l'ultima volta.
Non avrei piu' respirato.
Non avrei piu' pianto.
Non avrei piu' guadagnato grazie a dei corpi freddi.
Non avrei, soprattutto piu' mangiato.
Pero' sarei diventato un pasto prelibato.
Un boccone succulento.
Per la stampa.
Finalmente, avrebbero parlato di me.
Peccato che quell'articolo, non avrei mai potuto leggerlo.
letteratura
1 giugno 2008
SOPRA UNA PANCHINA FREDDA DEL METRO'
Il vagone e' semivuoto.
La condensa fa sgocciolare gli impianti di areazione.
Il treno e' li, fermo.
Entro e mi siedo.
Adoro questi momenti in cui posso osservare le persone davanti a me.
Sul sedile di fronte al mio, è seduta una ragazza dalla pelle ambrata.
Le lancio uno sguardo.
Sembra triste.
Si chiudono le porte ed il vagone inizia a muoversi, lasciandosi alle spalle Anagnina.
Un punto, che se ci pensi bene, è uno snodo, tra l'immobilismo caotico della citta', e la gioia festosa dei Castelli Romani.
Tutto ciò che e' esterno al vagone, comincia a perdere forma per la velocità, diventa striscie di colore.
La ragazza di fronte a me, si infila nelle orecchie delle cuffiette e inizia ad ascoltare della musica (probabilmente).
Lascio libera la mia fantasia vouyeristica, e provo ad immaginare dove vivano tutti quelli che sono seduti in questo vagone: provo a figurarmi i saloni, i corridoi delle loro case.
E non e' facile.
Li immagino tutti identico al mio.
Guardo il telefonino, per scoprire che ore sono, e mi accoglie la scritta "nessun servizio".
Ci stiamo muovendo nel mondo, ma contestualmente, ne siamo fuori.
Quando il treno arriva a Numidio Quadrato, fa la sua apparizione, la voce che annuncia le fermate "NUMIDIO QUADRATO, USCITA LATO... DESTRO".
Mi concentro su di essa. E' piatta. Ma allo stesso tempo rassicurante.
E' certa di quel che dice.
Nessuna esitazione.
(Grazie al cazzo, e' registrata).
Mi spavento a pensare come, fuori da qui, lo scenario cambi continuamente, mentre per noi, seduti su queste piastre plastificate color arancio, la visuale sia sempre la stessa.
E' come se tutto fosse immobile.
Immutabile.
Anche bello a dire il vero.
Siamo arrivati all'altezza di San Giovanni.
La voce preregistrata, con sicurezza annuncia la fermata.
Mi rendo conto di come, sbagli tutti gli accenti.
Ma poco importa.
Lui "sa" quello che dice.
E "sa" dove sta.
E' arrivata la mia fermata.
Scendo.
Siamo a Termini.
Dove, due mondi si incontrano.
Chi viene da una parte di Roma, chi dall'altra.
Tutti insieme.
Compatti.
Stretti nel vagone.
Li lascio, come se mi avessero rubato l'intimità, il pensiero.
Salgo le scale.
Esco allo scoperto.
La linea A.
Il mio "MeTro di giudizio".
letteratura
24 maggio 2008
IL BEST SELLER DELL'ANNO

E' tutto così diverso oggi.
Mi alzo, e senza chiedermi piu' se stanotte potro' dormire, o sarò morto, vado e mi lavo la faccia.
Poi mi siedo.
Apro il libro. Scorro le pagine.
Lavoro di fantasia.
Mi accorgo di aver perso il punto dove avevo lasciato la sera prima.
Tornerò indietro.
Sto per ricominciare, quando bussano.
E' arrivata la colazione.
Allora apro. Prendo il vassoio.
Mangio avidamente quel poco che mi hanno servito.
Ho stranamente fame.
Non capitava, da tempo.
Prendo una penna. Comincio a scrivere.
Questo sarà il best seller dell'anno lo sento.
Certo ce ne vorra' di tempo per terminarlo.
Ma ne avrò abbastanza.
Divoro il foglio.
Le parole vengono via che e' una meraviglia.
Quando guardo l'orologio si e' fatto pomeriggio.
"Gil, ma non hai mangiato niente ?"
Dovrei rispondere, ma non ho voglia.
Guardo fuori dalla porta.
Chi ha domandato e' gia' andato via.
Le buone abitudini e' meglio non perderle.
Riposino quotidiano.
Mi sveglio, anzi mi svegliano, che ho la tachicardia.
Mi avvisano che c'e' una telefonata per me.
Vado a rispondere ?
Si meglio.
Un quarto d'ora.
Tempo rubato alla stesura del best seller.
Si fa sera, e dalla finestra vedo scendere il sole.
E' buio fuori.
Ma adesso si cominciano a sentire le prime persone, muoversi, parlare, parlarsi addosso.
Voglio bene al caos.
Voglio bene al rumore.
Odio il silenzio.
Do una fugace occhiata ai fogli.
Dieci cartelle.
Basteranno ?
Sorrido pensando che questo sarà il best seller piu' corto del mondo.
Arriva il barbiere.
"E' ora di tagliare i capelli, devi essere bello, stasera."
Non capisco se mi sta prendendo in giro, oppure e' serio.
Opto per la seconda, preferisco pensarla cosi'.
"Bravo, bel taglio", penso.
Arriva la cena.
Stavolta ho fame.
Butto giù tutto.
Non posso neanche chiedere il bis.
Il cuoco e' andato via, dicono.
Guardo l'orologio.
le 23.45.
Si apre la porta.
Mi prendono per mano.
Andiamo a fare una passeggiata.
Un sorriso, un po' finto, e' vero, ma sempre un sorriso e'.
Guardo i 10 fogli sul tavolo.
Sarà il best seller dell'anno.
Lo sento.
Ne avro' di tempo per scriverlo.
L'eternità.
Il titolo lo ho gia' scelto.
Senza alcuna remora.
E non va cambiato.
Assolutamente.
Adesso piango.
Perche' il titolo mi piace davvero.
NESSUNO, TOCCHI CAINO.
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