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Troppo giovane son io, ed il Nero e' un triste colore.

"E' come se le note musicali, creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai"

(Muriel Barbery)









Gbestblog consiglia


L' eleganza del riccio

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarno
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci troverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA



















 

letteratura
4 luglio 2008
DACCI UN TAGLIO, AL VENTAGLIO!
Se d'estate viaggi su un autobus al cui interno la temperatura minima e' di 40 gradi centigradi, non puoi non arrivare ad una conclusione: il ventaglio è uno strumento dittatoriale.
Hai fretta, hai caldo, il sudore scende su te, come Tomba nelle discese del SuperGigante, e l'autobus è stracolmo.
Prendi coraggio, affronti il caldo canicolare estivo, per andare dove devi andare, e ti accomodi su un qualcosa che e' meno scomodo, forse, solo della Vergine di Norimberga: i sedili del 719.
Il tragitto che devi compiere non e' lungo.
E' tendenzialmente interminabile.
Sei fortunato.
Ti accomodi, ed un raggio, il più caldo, di quella palla di fuoco, che gli uomini chiamano Sole, ti si poggia su una gota. E te la cuoce.
Cerchi di fare il vago.
Inizialmente con espressioni facciali modello Jim Carrey.
Sorridi alla persona che ti siede di fronte.
Che ti odia.
Lei non vuole avere alcun rapporto con te, tantomeno con la visione del sudore che ti sta invadendo la faccia (effettivamente fa schifo a me che la sto scrivendo).
Prendi atto del rapporto idiosincratico tra te e il passeggero che ti guarda in faccia.
Il tuo viso, nel contempo ha raggiunto temperature impensabili.
Probabilmente la tua guancia ha il colore del rosso del semaforo, ma tu non devi pensarci.
Apri il libro che ti porti, ogniqualvolta decidi di muoverti da casa.
Apri una pagina e ti concentri. Leggi.
In un attimo, ma come accade spesso cambia il volto d'ogni cosa (citazione).
Ad un tratto, una signora sale sull'autobus.
La quantita' di H2O, che lei ha sul volto, è pero' almeno 5 volte inferiore alla tua.
Pensi che le ghiandole sudoripare della soggetta in questione, abbiano dei problemi di secrezione, e in un certo qual modo, le sei vicino.
Allorchè lei decide, che il posto migliore è quello accanto a te.
Qualche secondo prima, eri tu ad essere vicino a lei.
Ora è lei ad essere vicina a te.
Seduta.
Comprendi improvvisamente, il motivo del minimo sudore sul sembiante della donna, quando ella, da una borsa che potrebbe contenere qualunque cosa, tira fuori un VENTAGLIO!
A quel punto dalla comprensione passi al disprezzo.
L'odio arriva, quando la signora, inizia a sventolarsi.
Leggi sul suo volto la soddisfazione di un refolo d'aria che la aiuta a sopportare la distanza da percorrere.
Bestemmi interiormente, quando, senza se e senza ma, con un sorriso a 42 denti, una signora dall'altro lato della vettura, tira anche lei fuori un VENTAGLIO.
Le due signore si guardano, si sorridono.
Soprattutto, non sudano.
Tu hai perso 3 litri di liquidi, neanche sorbire l'intero Lago di Garda, potrebbe reintegrarti.
A quel punto, è come se tu, ed altre 35 persone foste sotto Palazzo Venezia, il 2 di Luglio, con Mussolini ed Hitler a sventolarsi, e voi a crepare di caldo, in attesa che i due dictator si esprimano.
Ne consegue la conclusione, che poi e' anche la premessa:
BASTA VENTAGLI! SONO STRUMENTI DITTATORIALI!
SUDATORI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!
letteratura
12 giugno 2008
IL SORRISO DA FOSSETTE E DENTI ERA DA PUBBLICITA'
Luglio 1990.
Bellissima estate.
Era appena caduto il Muro di Berlino (purtroppo), Donadoni non era ancora Ct della Nazionale, ma ala nel 4 4 2 di Sacchi nel Milan (per fortuna), Berlusconi era "solo" presidente di quel Milan.
Il Pci era diventato da meno di un anno PdS (anche questo purtroppo). Nonostante il crollo del Muro, la Germania, partecipava, a quei Mondiali, nominalmente come Germania Ovest. La maglietta era meravigliosa: bianca, con una banda tricolore nera\gialla\rossa. In Italia si potevano ancora acquistare solo 3 stranieri: l'Inter Tedesca di Matthaeus, Brehme e Klinsmann e il Milan Olandese. Il Napoli di Maradona. Nell'Italia giocava Ancelotti, giocava Schillaci, e gli esterni di centrocampo ancora non li dovevamo naturalizzare (salvo poi scoprire che magari, di quella bassezza tecnica ce ne sarebbero millanta in tutto il campionato).
Soprattutto, avevo 10 anni.
Quindi non potevo ancora scegliere dove andare in vacanza, e volente o nolente, ero a rimorchio di mammà.
Decidemmo (anzi decise), che le nostre ferie (anzi, le mie vacanze, le sue ferie), le avremmo passate in quel di Sperlonga.
Già assaporavo pomeriggi pieni di nulla, ed i suoi piani folli, secondo cui, avremmo dovuto scendere in spiaggia alle 8 del mattino ("Che poi il sole di Mezzogiorno ti brucia la schiena).
Avevo avuto gli esami di quinta elementare. Stava cambiando qualcosa per me, almeno scolasticamente. Ma fortunatamente, lasciavo, per un breve periodo, a dire il vero l' "E' intelligente ma non si applica", nel cassetto.
Avevo passato l'ennesima malattia esentematica (ne avessi saltata una d'estate, io), quindi l'idea di un po' di mare, non mi spiaceva.
Arrivammo a Sperlonga all'inizio di un caldo Luglio.
Ci sistemammo in una comodissima mezza pensione del luogo.
L'Italia giocava il suo mondiale.
Avevo negli occhi ancora, gli sguardi di Schillaci, il gol di Baggio alla Cecoslovacchia, la Germania schiacciasassi, ed i titoli dei giornali, con articoli annessi, che davano come sicura la finale Italia- Germania.
Del resto, eravamo padroni di casa.
Le giornate, mie e della genitrice, si svolgevano in modo sempre uguale, quasi, matematico.
Mattina al mare, pomeriggio, lei al mare, con una vicina di stanza con madre annessa, in spiaggia, io a fare danni ai videogiochi del bar vicino alla pensione.
Il primo giorno finii il giochetto.
E avrebbe perso di interesse se non che....
Senonche' mi voltai, verso la tavola calda, adiacente al bar, e vidi una ragazza, che lavorava al banco.
Bella da impazzire.
Che avra' avuto 20 anni.
Guardai nelle taschine dei miei orrendi pantaloncini mezzagamba, che mamma, credendo di farmi cosa gradita, mi faceva indossare, e vi scovai 5 mila lire (vecchio conio e non vecchie lire, che senno' dovrebbero esserci le nuove).
Non avevo assolutamente fame, in quel momento.
Pero' lei stava li' annoiata, dietro il bancone, e bella come non mai.
Entrai quindi nella tavola calda e comperai non so cosa.
Qualunque cosa, pur di scambiare 2 parole con lei.
Missione compiuta.
Realizzai nello stesso momento, 2 cose chiare e limpide: il mio peso sarebbe aumentato a dismisura, in quei 15 giorni di mare, e soprattutto, vista da vicino, lei era piu' bella che da lontano.
Nei giorni successivi, costrinsi mia madre, almeno 2 volte al giorno, ad andare in quella tavola calda.
Non c'era quasi mai nessuno quando ci appropinquavamo noi in quel luogo, ma non perche' si mangiasse male, è solo che io avevo studiato, tutti gli orari di stanca del commercio estivo.
Dopo circa 3 giorni, complice anche la parlantina  senza freni di mamma Elvira, la ragazza si sedette fuori con noi, e parlammo per circa 2 ore.
Cioe', parlavano loro, io la guardavo, rapito, negli occhi.
Guardavo muoversi la bocca, ascoltavo quelle parole uscire, come fossero Verbo, per me.
Qualche giorno dopo, ero piccolino al tempo, lei mi disse, complice il fatto, che vicino ai tavolini esterni ci fossero solo 2 sedie:
- "Andrea, vieni qui, siediti sulle mie gambe".
Lo feci.
E tremavo come una foglia.
Mentre lei e mamma parlavano (che far stare zitta mia madre e' come pretendere che il sole brilli a mezzanotte), mi avvicinai al suo orecchio e le dissi:
- "Lo sai che sei bella ?"
Il cuore comincio' a battermi a 15000 battiti al minuto.
Lei arrossi'.
Mia madre, che nonostante, avessi parlato piu' sottovoce che potessi, aveva udito, rise.
Poi sorrise anche lei.
E mi baciò.
Sulla fronte.
Per altri 2 giorni, quelli conclusivi del soggiorno, passammo là i nostri pomeriggi.
E la sera precedente la nostra partenza andammo a salutarla.
Io avevo le lacrime agli occhi.
Lei mi abbraccio', e mi disse: "Ci vediamo l'anno prossimo".
Sapevo non sarebbe stato così, ma dormii bene, quella notte almeno.
Al pensiero che l'avrei rivista.

...Ma nel gioco, avrei voluto dirle, senti io ti vorrei parlare, poi, prendendo la sua mano sopra il banco, non so come incominciare, non la vedi non la tocchi oggi la malinconia ? Non lasciamo che trabocchi, vieni andiamo, andiamo via".
letteratura
4 giugno 2008
NAFTA, TELAI, CIMINIERE CORROSE
Mi domando, se le mie risate, il piu' possibile soffocate, diano fastidio ai ragazzi che, davanti a me, affollano la panineria.
Dal locale esce un brusio indistinto, ma soprattutto, panini in quantità industriale. D'ogni sorta.
(Non ho fame, ma piu' voglia di qualcosa di buono.)
Per non pensare al cibo, mi butto a capofitto nella magistrale opera di Gene Gnocchi, "Il Culo di Sacchi", un libro senza il quale il mondo non puo' fare (ma anche si, probabilmente).
Una pioggerella fastidiosa bagna la mia testa. E non definitivamente. Quel poco che basta per farti incazzare.
(Un bel diluvio sarebbe meglio. Assoluto e definitivo.)
Ad un tratto sento un rumore di ferraglia, e, mentre mi aspetto di vedere apparire un carrarmata, residuato bellico del 45, scopro, stupito, ma anche soddisfatto, che trattasi meramente del 14 notturno.
Salgo.
Appoggio la testa al finestrino e vedo scorrere la strada.
Allo stesso tempo scorrono i pensieri.
(Prima ero occupato da Gnocchi, e a ben pensarci non è nemmeno giovedì.)
Passano case, palazzi, ma di auto, nemmeno l'ombra.
La strada e' veloce.
L'autista un po' indisciplinato.
Meglio così.
Arrivo prima.
Mi volto.
Mi accorgo che sono solo.
Non ci saranno fermate intermedie.
Arriviamo a Magliana.
(Conosci l'odore di strade deserte, periferie misteriose, rotaie implacabili per nessun dove).
Mi alzo.
Mi accorgo che accanto a me c'e' una ragazza.
Dal fisico esile.
Gonna grigia.
Lo sguardo fisso.
(Anche i suoi occhi, rotaie implacabili per nessun dove).
Animalescamente potrei pensare millanta cose.
(A letti, a brandine, ad alcove).
Poi pero' penso che è sola.
Penso che e' buio.
Scendiamo entrambi.
Lei accorcia.
Passando dalle scalette.
Io giro intorno alle scalette, e prendo la strada piana.
Mi fermo.
La lascio andare avanti di qualche metro.
(Dovesse pensare che la sto seguendo.)
Siamo all'ultima scalinata prima della strada.
Mi accorgo che ha nelle orecchie delle cuffiette.
Ne sento la musica.
(Piu' rumore, a dire il vero).
Percorriamo, lei ignara di me, io con lei ben presente, gli ultimi gradini.
Si staglia davanti a noi un panorama sconfinato.
(L'angoscia che dà una pianura infinita.)
Io cammino sulla destra.
Lei sulla sinistra.
Cerco di tenerne il passo.
Sono come convinto di proteggerla.
Ad un tratto, appena la strada subisce una biforcazione, io continuo a destra, lei sempre a sinistra.
La saluto mentalmente.
Abbiamo condiviso un piccolo tratto di strada.
Peccato.
Speravo di piu'.
E' che soffro di solitudine nei ritorni notturni.
Ora io sto aprendo la porta.
Entro a casa.
Lei, non ne ho idea.
Questo mi fa capire, che siamo stati per brevi istanti compagni di viaggio.
Ma "non siamo una strada nè malinconia, nè un treno o una periferia".
E forse questa notte, pensero' a quel piccolo tratto di strada.
Piccolo.
Consueto.
Ma una parte, della mia vita.
letteratura
2 giugno 2008
UN BOCCONE SUCCULENTO
E' difficile capire, quando smettere di giocare e quando fare sul serio.
Affacciato alla finestra, pensavo esattamente questo.
La miriade di domande che affollavano il mio cervello, cozzavano continuamente, contro il ticchettio della sveglia, che da sopra il comodino, annunciava lo scorrere del tempo.
Una nebbia fitta era scesa sulla città e non riuscivo piu' a distinguere i lampioni dalle persone.
La lettera era sul letto.
Chiusa.
Decidere di aprirla significava sapere cosa fare.
Andare o restare.
Da una casa lontana, sentivo arrivare il suono di uno stereo troppo alto (almeno per i miei gusti, evidentemente diversi dall'abitante della casa in questione).
Presi la lettera, la avvicinai all'accendino che avevo tirato fuori pochi secondi prima, e le diedi fuoco.
Guardai bruciare la carta.
Una serie di certezze che si allontanavano.
Se ne andavano per sempre.
(Avrei fatto come volevo io, adesso).
Volsi lo sguardo, per vedere il corpo steso sul letto.
Immoto.
Immutabile.
Il rivolo di sangue che scendeva dalla tempia, era andato a colorare le lenzuola.
(Un milione di euro. Una somma incredibile).
Per uccidere qualcuno, non mi avevano mai pagato una somma simile.
(O almeno, mi avrebbero dovuto pagare, la lettera con scritto il luogo di consegna, oramai era cenere, sul pavimento).
Alzai la cornetta, per chiamare la reception.
Avevo fame e volevo ordinare qualcosa da mangiare.
(Certo, poi vallo a spiegare al cameriere, il cadavere sul letto.)
Quindi, prima di comporre il numero, abbassai le serrande, feci buio in corrispondenza del letto, e decisi che avrei aperto la porta solo a metà.
Ordinai la prima cosa che mi venne in mente.
"Dieci minuti" disse la voce roca, all'altro capo del telefono.
Abbastanza.
Mi stesi sul letto.
Misi le braccia stese.
Pensai.
Presi le pillole.
Ne buttai giu' una quantita' invereconda.
Lasciai che il sonno si impossessasse di me.
Per l'ultima volta.
Non avrei piu' respirato.
Non avrei piu' pianto.
Non avrei piu' guadagnato grazie a dei corpi freddi.
Non avrei, soprattutto piu' mangiato.
Pero' sarei diventato un pasto prelibato.
Un boccone succulento.
Per la stampa.
Finalmente, avrebbero parlato di me.
Peccato che quell'articolo, non avrei mai potuto leggerlo.
letteratura
1 giugno 2008
SOPRA UNA PANCHINA FREDDA DEL METRO'
Il vagone e' semivuoto.
La condensa fa sgocciolare gli impianti di areazione.
Il treno e' li, fermo.
Entro e mi siedo.
Adoro questi momenti in cui posso osservare le persone davanti a me.
Sul sedile di fronte al mio, è seduta una ragazza dalla pelle ambrata.
Le lancio uno sguardo.
Sembra triste.
Si chiudono le porte ed il vagone inizia a muoversi, lasciandosi alle spalle Anagnina.
Un punto, che se ci pensi bene, è uno snodo, tra l'immobilismo caotico della citta', e la gioia festosa dei Castelli Romani.
Tutto ciò che e' esterno al vagone, comincia a perdere forma per la velocità, diventa striscie di colore.
La ragazza di fronte a me, si infila nelle orecchie delle cuffiette e inizia ad ascoltare della musica (probabilmente).
Lascio libera la mia fantasia vouyeristica, e provo ad immaginare dove vivano tutti quelli che sono seduti in questo vagone: provo a figurarmi i saloni, i corridoi delle loro case.
E non e' facile.
Li immagino tutti identico al mio.
Guardo il telefonino, per scoprire che ore sono, e mi accoglie la scritta "nessun servizio".
Ci stiamo muovendo nel mondo, ma contestualmente, ne siamo fuori.
Quando il treno arriva a Numidio Quadrato, fa la sua apparizione, la voce che annuncia le fermate "NUMIDIO QUADRATO, USCITA LATO... DESTRO".
Mi concentro su di essa. E' piatta. Ma allo stesso tempo rassicurante.
E' certa di quel che dice.
Nessuna esitazione.
(Grazie al cazzo, e' registrata).
Mi spavento a pensare come, fuori da qui, lo scenario cambi continuamente, mentre per noi, seduti su queste piastre plastificate color arancio, la visuale sia sempre la stessa.
E' come se tutto fosse immobile.
Immutabile.
Anche bello a dire il vero.
Siamo arrivati all'altezza di San Giovanni.
La voce preregistrata, con sicurezza annuncia la fermata.
Mi rendo conto di come, sbagli tutti gli accenti.
Ma poco importa.
Lui "sa" quello che dice.
E "sa" dove sta.
E' arrivata la mia fermata.
Scendo.
Siamo a Termini.
Dove, due mondi si incontrano.
Chi viene da una parte di Roma, chi dall'altra.
Tutti insieme.
Compatti.
Stretti nel vagone.
Li lascio, come se mi avessero rubato l'intimità, il pensiero.
Salgo le scale.
Esco allo scoperto.
La linea A.
Il mio "MeTro di giudizio".
letteratura
25 maggio 2008
IL BEST SELLER DELL'ANNO \ 2
Voglio bene alla notte.
Perchè come dice qualcuno, di notte, ognuno è quello che e' realmente, e non mette una maschera all'occorrenza, per risultare, "urbano".
La cosa peggiore, è che io, lavoro di notte.
Mi guadagno da vivere di notte.
Facendo il boia.
E sono contrario alla pena di morte.
Necessità, però, come si dice, fa virtù.
Avrei dovuto rifiutare, quando, dieci anni fa, mi offrirono il posto.
Ma non potevo.
Il sistema mi ha "preso per fame".
Quando guardai Gil, quella notte, mentre gli mettevo la calotta, che avrebbe portato la corrente elettrica alla sua testa, lui mi lanciò uno sguardo, dove non c'era odio.
Nè desiderio di vendetta.
Del resto non avrebbe potuto consumarla, lui.
Nè tantomeno, qualche suo parente.
Io, però, odiai me.
Per la ritualità con cui compivo quei gesti.
Perfetti.
Impeccabili.
Mortali.
Mi sono domandato mille volte, cosa passi nella testa di una persona, che si siede su una sedia, con la consapevolezza di non rialzarsi più.
Se li guardi, dal mio punto di vista, sembrano Re.
Nessuno li può smuovere dal loro soglio.
E loro vorrebbero tanto.
Devo ammettere, che ogni qualvolta faccio partire il generatore, chiudo gli occhi, come se questo sia il solo modo, di liberarmi, della colpa di cui mi sto macchiando.
Ora, con questo bicchiere di Wishkey davanti, una sigaretta tra le labbra, ho deciso di raccontare, quello che succede ad un boia.
E qui, non si tratta, come nei film, di giustiziare una persona innocente.
No. Assolutamente.
Gil, per esempio, è morto colpevole.
Ma lo ha deciso lo stato.
Lo Stato, non è quindi colpevole ?
Il Sistema non lo è mai.
Purtroppo.
letteratura
24 maggio 2008
IL BEST SELLER DELL'ANNO

E' tutto così diverso oggi.
Mi alzo, e senza chiedermi piu' se stanotte potro' dormire, o sarò morto, vado e mi lavo la faccia.
Poi mi siedo.
Apro il libro. Scorro le pagine.
Lavoro di fantasia.
Mi accorgo di aver perso il punto dove avevo lasciato la sera prima.
Tornerò indietro.
Sto per ricominciare, quando bussano.
E' arrivata la colazione.
Allora apro. Prendo il vassoio.
Mangio avidamente quel poco che mi hanno servito.
Ho stranamente fame.
Non capitava, da tempo.
Prendo una penna. Comincio a scrivere.
Questo sarà il best seller dell'anno lo sento.
Certo ce ne vorra' di tempo per terminarlo.
Ma ne avrò abbastanza.
Divoro il foglio.
Le parole vengono via che e' una meraviglia.
Quando guardo l'orologio si e' fatto pomeriggio.
"Gil, ma non hai mangiato niente ?"
Dovrei rispondere, ma non ho voglia.
Guardo fuori dalla porta.
Chi ha domandato e' gia' andato via.
Le buone abitudini e' meglio non perderle.
Riposino quotidiano.
Mi sveglio, anzi mi svegliano, che ho la tachicardia.
Mi avvisano che c'e' una telefonata per me.
Vado a rispondere ?
Si meglio.
Un quarto d'ora.
Tempo rubato alla stesura del best seller.
Si fa sera, e dalla finestra vedo scendere il sole.
E' buio fuori.
Ma adesso si cominciano a sentire le prime persone, muoversi, parlare, parlarsi addosso.
Voglio bene al caos.
Voglio bene al rumore.
Odio il silenzio.
Do una fugace occhiata ai fogli.
Dieci cartelle.
Basteranno ?
Sorrido pensando che questo sarà il best seller piu' corto del mondo.
Arriva il barbiere.
"E' ora di tagliare i capelli, devi essere bello, stasera."
Non capisco se mi sta prendendo in giro, oppure e' serio.
Opto per la seconda, preferisco pensarla cosi'.
"Bravo, bel taglio", penso.
Arriva la cena.
Stavolta ho fame.
Butto giù tutto.
Non posso neanche chiedere il bis.
Il cuoco e' andato via, dicono.
Guardo l'orologio.
le 23.45.
Si apre la porta.
Mi prendono per mano.
Andiamo a fare una passeggiata.
Un sorriso, un po' finto, e' vero, ma sempre un sorriso e'.
Guardo i 10 fogli sul tavolo.
Sarà il best seller dell'anno.
Lo sento.
Ne avro' di tempo per scriverlo.
L'eternità.
Il titolo lo ho gia' scelto.
Senza alcuna remora.
E non va cambiato.
Assolutamente.
Adesso piango.
Perche' il titolo mi piace davvero.
NESSUNO, TOCCHI CAINO.
letteratura
13 aprile 2007
LA STORIA DELL' UOMO, DELLA PRINCIPESSA E DELL' APE.
Era Dicembre. Una notte fredda. Il sette.
L' Uomo e L' Ape camminavano su uno dei ponti della Capitale.
Si avvicinavano al teatro dei Sogni. Dei Loro sogni sportivi.
Giunsero al bar dello Stadio, dove si incontrarono con gli altri.
L'Uomo salutò la Straniera, che da lontano gli aveva portato il biglietto.
Dopo pochi minuti si diresse al suo posto.
E non si accorse che, tra la folla c'erano gli occhi della Principessa che lo fissavano. Rapiti.
Pochi giorni dopo, esattamente una settimana, la Principessa decise di parlare con l'Uomo.
E gli disse che era stata rapita da lui.
Questi lo raccontò innocentemente all'Ape, che rise. Tranquilla.
Saputo ciò la Principessa perse le staffe, e paragonò l'Uomo ad un escremento.
L'Uomo si sentì colpito e cercò, riuscendovi, di rimediare.
Passarono ancora alcune Lune, durante le quali, l'Uomo e la Principessa, parlavano, parlavano, parlavano.
L'Ape era ignara di tutto.
L'Uomo e la Principessa decisero di incontrarsi. L'Uomo lo comunicò all'Ape.
La mattina dopo L'Uomo e la Principessa camminavano insieme. Ad un tratto la Principessa tentò di baciarlo.
Lui La respinse. Una. Due. Tre volte.
Poi sentì la voce della Straniera dentro di se.
Guardò la Principessa negli occhi e la baciò.
"Fu una nuvola casuale sul mattino che sciolse l'innocenza e la calura, che spinse due ragazzi da un giardino, al riparo sotto un tetto e quattro mura".
Sono passati anni.
Quasi un Lustro.
E di acqua sotto ponti, da quel bacio.
E chissà come mai, L'Uomo pensa ancora alla Principessa.
Ogni tanto.
Mentre l'Ape è volata via.



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letteratura
18 gennaio 2007
LA VOCE CONTINUAVA- 6
Va bene. Giochiamo.
Si giochiamo.
Ma stavolta, con le mie regole.
Si.
Sarò io a decidere tutto.
Le regole. I partecipanti.
La conclusione.
E non dirmi adesso "un bel gioco dura poco".
Un bel gioco dura fin quando l'estensore delle regole, decide che questo debba durare.
Hai deciso di bullarti ed impossessarti di me, di rovinarmi.
Di "essere" me per lungo tempo.
Eh no.
Adesso cambia tutto.
Io sono io.
Tu sei tu.
Lontana, assente no.
Non voglio distruggerti, non sono mica qui a giudicare l'esistenza di qualcosa o di qualcuno al punto da volerne l'eliminazione.
No.
Però adesso sta a te vedermi sorridere e vedermi piangere.
Come tu hai fatto soffrire me, adesso sono io a far soffrire te.
Ti farò vedere come si può sconfiggere qualcosa.
Essendo se stessi.
E mentre lo penso, mi accendo e fumo una sigaretta, quella della vittoria.
Di Pirro ?
Ma sei convinta a tal punto che sia così ?
Ah bella.
Ti viene da ridere ?
Si, lo so, è un riso isterico.
Ma che ci vuoi fare ?
Si vince e si perde nella vita.
Ora siediti. (Su quella seggiola come sai fare tu).
Già ti immagino sudata e con tentativi di suadente seduzione.
Si. Sei bella è vero.
Ma per carità.
Bellissima.
Ma non mi fai poi così paura.
E non sento neanche più tutta questa pulsione sessuale nei tuoi confronti.
Che vuoi.
Eh no.
Anche se per poco. Adesso sta zitta.
E intanto, la voce continuava (anche se più piano).



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letteratura
6 dicembre 2006
LA VOCE CONTINUAVA- 5
Lasciai la finestra aperta perché entrasse un pò di vento.
Lei era in cucina a preparare un nonsocosa da mangiare. Io ero oltremodo pensieroso.
Anzi, direi scosso. Il pensiero della notte precedente, quando lei si era fermata a guardare il muro, era tornato in tutta la sua prepotenza, insieme a Morfeo.
Avevo poco più di 11 anni. Quando tutto sembra normale, anzi, sembra bello. E la tua unica colpa, in quel momento è non capire una beneamata mazza di matematica….
Non sapevo più se dovevo continuare a far defluire i pensieri, quando, vidi un albero scosso da un vento morto. E allora mi fermai a fissarlo. Cercai di dargli una forma antropomorfa, ma tutto risultò inutile. Somigliava a tutto e non somigliava a niente. Come me in quel momento. Ero tutto e non ero niente. Il Serenase non sembrava in grado di correggere quella situazione.
Ma ripresi a pensare a 15 anni prima.
Ricordo ancora i miei pantaloni neri, in un inverno incomprensibile.
Era inutile. Quei numeri non mi entravano in testa. Quelle frazioni erano quanto di più alieno ci fosse da me.
Come un fulmine a ciel sereno sentii qualcosa che si insinuava.
Cercai di distogliere il pensiero, di concentrarmi su quei cazzo di numeri arabi.
- Che fai ? -
- Pensavo- dissi ringraziandola mentalmente per avermi distolto dall’ennesimo brutto pensiero di quella che non era più esistenza.
- Ti ho sentito piangere stanotte…-
- Ah si ? –
- Singhiozzavi… -
Se ne era accorta. Le avrei voluto evitare quello spettacolo, ma chissà, forse era giusto così.
Cercai il suo abbraccio, e quegli occhi neri.
Lei mi fissò e vide che ricominciavo a piangere.
- Beh… se devo farti questo effetto lasciamo perdere- mi disse sorridendo
Scoppiai a ridere. Un riso nervoso, dato che i miei pensieri si accavallavano, giravano in testa, infastidendo quel momento di dolcezza. Vidi davanti a me un buco nero. Ed io vi camminavo dentro. Tanta nebbia.
E del resto la nebbia non mi spaventava. Ci convivevo.
- Senti Pierrot- esclamò interrompendo i miei pensieri
- Ecco mi mancava solo di essere paragonato ad una maschera triste-
- Una maschera appunto, io voglio il te vero.-
- Ognuno di noi porta una maschera, mia dolce sconosciuta –
I suoi occhi per pochi secondi si riempirono d’odio. Non le piaceva che le ricordassi, che avevamo deciso di non dirci i nostri nomi. Ed era in grado di farmelo pesare in maniera impressionante.
- Lasciami-
- Ancora ? Ma possibile che ogni volta…-
- Si è possibile –
Meraviglioso. Eravamo precipitati nell’imbuto dell’incomunicabilità.
Si era creato un muro trasparente di nulla che non saremmo riusciti a scalfire, se nessuno dei due, fosse uscito dal suo bastardissimo orgoglio.
- Vado a farmi un drink- le annunciai.
Ma lei non ascoltava. Si era sporta alla finestra ed osservava un carretto che passava (ma l’uomo non gridava gelati).
- Sei come quel cavallo!-
- Io ? –
- Si. Non riesci ad accettare che io voglia costruire Amore con te senza preoccuparmi delle sovrastrutture-
     - Ah perché il nome adesso è una “sovrastruttura” ?-
- Secondo me… si -
- Beh, amore mio, hai un concetto di sovrastruttura che andrebbe rivisto e corretto –
- E tu sei equino. Hai i paraocchi –
- Si va bene. Chiamami Nestore allora –
- Mi prendi in giro ? –
- Io ? No. Cito dei fatti. Siamo qui, io non so come ti chiami, ma so che ti amo. E non pensi che possa pesarmi non dare un nome a ciò che amo ? –
- Perché non lo chiami soltanto Amore ? –
- Quindi io sarei Psyche ? –
- Tu sei tu. Tanto mi basta –
- A volte non so, se ti accontenti o se sei fantastica –
Non mi ascoltava, si era avvicinata allo stereo, e con la sua piccola mano, aveva premuto il tasto di avvio, che con il suo classico click annunciava il prossimo inizio di una canzone.
“ Voglio vederti danzare, come le zingare del deserto…”.
Battiato inondò la stanza.
Lei si stese sul letto. Chiuse gli occhi. Si passò la mano nei capelli neri.
Di scatto si alzò e mi fissò.
- E se... –
- E se ? –
- E se decidessimo di morire ? –
Non capivo se era seria o gioconda. Meglio dire Pazza.
Mi fissò ancora una volta. Io non seppi darle una risposta. Allora lei chiosò tutto alzandosi, baciandomi sulla bocca e dirigendosi verso la porta.
- Non devi rispondermi adesso. Pensaci. Quanto vuoi. Però intanto mi e’ venuta fame. Andiamo a mangiare ? -
Rimasi basito per un secondo. Vidi la sua figura allontanarsi. Mentre il passo si allontanava e si faceva più leggero, mi venne da chiedermi cosa le fosse passato per la mente.
E pensai una cosa: il calcio non lo avevo assestato.
Ma soprattutto c’era un dato inconfutabile, giornaliero, che non rendeva poi così peregrina la sua proposta di qualche minuto prima.
La voce continuava.



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letteratura
1 dicembre 2006
LA VOCE CONTINUAVA - 4

Mi fermai a guardarla nel buio della strada che stavamo percorrendo. Lei per un attimo non se ne accorse. Poi si voltò e vide che la fissavo. Mi stampò in viso, quel suo sorriso che tante volte mi aveva fatto fermare a riflettere. Adesso era ancora più bello. Contornato dal buio.
- Cosa c’è ? –
- Tutto…. –
- Eh ? –
- Niente, lascia stare. –
Non volevo che capisse che mi stavo beando internamente della sua bellezza. Anche se forse, in quanto donna, e quindi dotata di fortissimo sesto senso, lo sapeva.
Il suo sorriso me lo faceva capire perfettamente. Era maliardo, ma non cattivo.
Anzi.
Senza il suo sorriso non sarei più stato in grado di vivere.
Presi nella tasca del giaccone una sigaretta.
- Ancora ? Ma quando smetterai di farti questo ? –
Diedi una boccata profonda e la fissai.
- Questo cosa ? –
- Questo diavolo di autolesionismo tabagista….-
Non sapevo se aveva ragione, ma detto da lei sembrava l’unica soluzione della vita.
Mi tornarono alla mente le parole della canzone di Sergio Caputo “Perché non vai dal medico, ma che ci vado a fare non voglio mica smettere di bere e di fumare”.
Soprassedei al pensiero.
Mentre la fissavo vedevo nei suoi occhi scorrere la vita. La morte. La notte.
Tutte cose che amavo.
Ed in fondo lei le riassumeva tutte in se stessa.
Cominciava a scendere una fitta nebbia che abbassava la temperatura.
Lei si strinse nelle spalle, ed il suo cappotto nero la chiuse di una stretta quasi materna. Mi avvicinai e le baciai i capelli. Vidi che una lacrima scendeva dai suoi occhi.
Le baciai la guancia per asciugarla e per sentire il sapore salato.
- Perché ? –
- Cosa ? –
- Perché siamo qui ? –
- Non so nemmeno dove siamo a pensarci bene….-
- Ah ecco… Tombola –
- E’ tanto importante in fondo ? –
- Non lo so. –
- Ancora non so il tuo nome, quindi presuppongo che se non è importante il “con chi”, lo e’ tantomeno il “dove”. O no ? –
Era ferma, sempre più stretta in se stessa. Ora quando respirava con la bocca usciva del fumo dalle sue labbra. Sembravamo due fumatori incalliti.
- Non ne sono tanto sicura –
- Eh no, adesso sono io che ti dico che il dove non ha nessuna importanza –
- E perché sei qui ? –
- Solo perché me lo chiede il cuore, sei tu che mi hai detto di seguirlo –
- Quando ? –
- Sono i tuoi occhi che me lo dicono ogni momento, ogni qualvolta che li guardo o anche quando non lo faccio. –
 Rimase in silenzio. Non so perché. Poi si avvicinò e mi diede un bacio sulla fronte.
Si voltò e si diresse verso il muro.
- Vorrei poterlo attraversare per vedere cosa c’è dall’altra parte –
- Perché ? –
- Mi spaventa il vuoto, il non conoscere –
- Ma, se con l’amore non funziona così come può spaventarti il non conoscere ? –
- L’amore è un sentimento e cresce. E non sapere aiuta. Ma se sapessi cosa c’e’ dall’altra parte potrei “vivere” meglio.
- Ama, e vedrai che vivere sarà molto più semplice –
La lasciai a fissare il muro. La voce continuava. Incessante imperterrita.
Mi buttai per terra per non piangere e cominciai a prendere a cazzotti il pavimento.
“Lasciami in pace, lasciami vivere, lasciami amare”.
Vidi quelle mani scendere, arrivare dove non avrebbero dovuto. E vidi quel viso indifferente, sentii la vischiosità di quel momento. E vidi quel calcio che non avevo mai dato. E che se forse avessi assestato, non avrebbe dato luogo alla voce.
Ma il calcio non c’era stato. E non potevo inventarlo adesso, per quanto mi avrebbe potuto fare comodo. Ma non potevo.
E intanto la voce, continuava.




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letteratura
23 novembre 2006
LA VOCE CONTINUAVA- 3

Aprii gli occhi.
Era ancora notte. Lo capii dalla luce del lampione che filtrava attraverso le fessure delle finestre. Il caldo estivo aveva fatto attecchire il lenzuolo alla mia pelle. Lo scostai con un gesto veloce e semplice. Cercai con una boccata di recuperare l'aria che probabilmente avevo perso in uno dei tanti sogni agitati delle mie notti.
Voltai lo sguardo verso il comodino. Allunguai la mano per cercare l'interruttore della lampada. Non trovandolo immediatamente desistetti. E lasciai che il buio desse ai miei occhi ancora un po' di gioia.
L'operazione agli occhi di qualche giorno prima era una cosa di cui andavo fiero, ma che mi causava fastidi notturni interminabili, che legati agli incubi, e alla persistenza della voce, rendevano le poche ore di sonno che riuscivo a concedermi, i soli momenti di tranquillita' di quel periodo.
Tentai di scendere dal letto e di cercare le ciabatte. Anche quelle sembravano sparite.
Sentii un rigagnolo di sudore scendere dalla fronte. Attesi che arrivasse all'altezza degli occhi, e quando sentii il bruciore causato dal contatto con i punti, capii che era arrivato il momento di asciugarmi.
Strinsi gli occhi e con un fazzoletto di seta, che trovai sul materasso, compii l'operazione, che mi regalò un  breve momento di sollievo.
Decisi che era arrivato il momento di alzarmi, feci forza su me stesso e misi i piedi a terra. Il freddo del pavimento, mi causo' un brivido lungo la spina dorsale.
Un brivido freddo che sveglio' tutti i miei sensi ancora intorpiditi. E allora trovai l'interruttore. Accesi la lampada.
Mi voltai alla mia destra e la vidi: era là ferma, con i suoi capelli lunghi e neri, il respiro dolce che le gonfiava il petto. Mi domandai per un attimo cosa stesse sognando, ma decisi che non era giusto saperlo, che quello era un momento solo suo.
E capii che dal momento del bagno al lungomare non ci eravamo detti nulla.
Forse perchè nulla dovevamo dirci. 
Vidi una lettera sul comodino che finiva con queste 2 parole: "Ti Amo".
A forza di fissarle mi parve di vedervi scritto: "Ho Paura".
E ripensai ancora alle sue parole della notte prima.
Ripensai ai suoi occhi fissi sui miei, e a quelle canzoni di sottofondo, quando avevamo deciso di stenderci sulla sabbia per asciugarci.
Nonostante la sua presenza, avevo forte, l'impressione di essere solo.
Mi ricordai di ignorare completamente il suo nome.
Sentii un movimento provenire dalla sua parte e mi voltai.
Aveva aperto gli occhi e mi stava fissando.
- Che fai ? - disse
- Sto pensando-
- A cosa ? -
- Sto pensando perchè...-
- Deve esserci un perchè in tutto questo ? -
- Se non ci fosse un perchè sarebbe fede -
- No-
- Come no ? -
- Amore, è solo questo-
- Ed e' così semplice ? -
- Oh si, è molto molto più semplice di quanto tu possa immaginare-
Ci pensai su un secondo....
- Come ti chiami ?-
- Cambierebbe qualcosa ? -
- Beh.... Forse si -
- Forse... -
Mi stavo innervosendo.
- Si cambierebbe tutto, diamine, siamo qui, è successo cio' che e' successo ed io non so neppure chi sei... -
- Se tu mi avessi visto in una strada polverosa, mi avresti fermato ? -
- Ma che cacchio di discorso è ? Non è razionale -
- Se avessi voluto parlarti di ragione lo avrei fatto, esci per un attimo dalla ridda di pensieri.... Mi avresti fermato ? -
- Credo di si -
- E il mio nome avrebbe avuto importanza ? -
- No -
- Del resto una rosa con un nome diverso, non avrebbe lo stesso profumo ? -
- Romeo e Giulietta.... -
- No. Verita'.-
- Dove vuoi arrivare ? -
- Voglio arrivare qui: non chiederti più perchè chiamami come vuoi, ma ti chiedo una sola cosa... -
- Cosa ? -
- Amami -
Nonostante tutto, la voce continuava.




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letteratura
19 novembre 2006
LA VOCE CONTINUAVA - 2

Tanta Musica.
Fondamentalmente Rumore.
Giravo per la città, cercando di trovare un appilgio al mio ennesimo attacco di panico.
La strada che stavo percorrendo mi era assolutamente sconosciuta.
Forse anche per quello mi sentivo tranquillo. Il mio problema oramai era quello che sapevo.
Dopo l'ultima notte passata a rimugginare, speravo soltanto di trovare una consolazione nella luce delle stelle. Ma più la strada andava, più mi sentivo perso.
Pensavo al nostro ultimo bacio. Là nel buio del faro.
Fermai la macchina, e scorsi una ragazza ferma sotto un lampione. Che illuminava il suo lineamento asiatico.
Mi fermai a pensare se potesse essere una di quelle che Dalla definirebbe "una puttana ottimista e di sinistra".
Mi resi conto che avevo bisogno di altro.
Di alfabeti alternativi a cui attaccarmi.
Perche' la voce continuava.
Imperterrita.
Andai verso il mare che, sdraiato davanti a me, offriva il suo sorriso fatto di onde.
Camminai per pochi metri e mi fermai. Salii sul muretto che costeggiava il lungomare, e mi misi là in piedi. Si era alzato un vento che non mi sembrava assolutamente fastidioso, quindi lascia che sferzasse il mio viso. Senza opporre alcuna resistenza.
Udii dei passi dietro di me. Non mi voltai. Avevo paura di incrociare uno sguardo che non mi sarebbe piaciuto.
- Cos'è Amore ?-
disse una voce straniera, sconosciuta, lontana.
Rimasi per un attimo muto.
Senza voltarmi, ma poggiandomi solo una mano sullo stomaco, che cominciava a farmi male dissi:
- Amore sta tutto in quello che ogni giorno non dico, per paura di rendermi conto di Amarlo troppo-
- E non è mentire questo ?-
- Se Amore è una bugia voglio essere bugiardo sempre e comunque. Vieni qui.-
Lei non esito' neanche un attimo. Salì sul muretto e si accostò a me.
Io le cinsi la vita, per far si che il vento non la portasse via.
- Le vedi le stelle ?-
Fece cenno di si con la testa.
- Esse brillano, ma sono lontane, milioni di anni, ma noi amiamo la loro luce. E nessuno, nessuno ci dirà mai quando una di queste veramente si spegnerà. E in fondo non è mentire questo ? Ma noi non possiamo fare altro che amarle.-
Non capii se era convinta, ma le accarezzai i capelli, e l'odore di salsedine colpì il mio apparato olfattivo.
Mi resi conto che in tutta la conversazione non ci eravamo mai guardati negli occhi.
Feci come per scendere da quella nostra alcova intellettiva.
Lei mi fermò.
- No aspetta -
- Cosa c'e' ? -
- La vedi Selene lassù ?-
- Si...-
- Quando morirò voglio essere lassù-
- E perchè mai ? -
- Perchè e' lei la più grande forma di Amore. Se la guardi da qualunque parte del mondo Lei e' sempre accesa. Come Amore. Non importa dove sia o da dove venga. L'importante è che splenda.-
- Mi fai paura- le dissi.
- Lo immaginavo, amare fa sempre paura.-
- Ma non dovrebbe...-
- Accettalo, è così....-
- Dovrei accettare che qualcuno abbia paura di stare bene ? -
- Il demiurgo di noi tutti è il male, se non ci fosse lui, noi non avremmo ragion d'essere.-
Mi fermai un'attimo a riflettere.
Aveva ragione.
Sorridemmo a Selene.
Ci guardammo negli occhi.
E ci buttammo in mare.
E intanto la voce continuava.




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letteratura
25 ottobre 2006
LA VOCE CONTINUAVA

        

 

La notte era arrivata come sempre.

Nonostante tutto il sonno tardava ad arrivare. Era per quello che stavo fermo davanti alla finestra, con la sigaretta accesa a guardare la luna.

E pensavo.

Pensavo a come le mie insicurezze fossero figlie di me stesso.

Una sorta di partenogenesi di negatività.

E la voce dentro di me che continuava a dire: “Non vali niente, farò di te quello che voglio, ti rovino!”.

Cercavo di ignorarla. Ma era la cosa più difficile del mondo.

Non sembravo in grado di controllare questo sistema di autodistruttività che si era impossessato di me.

La sigaretta bruciava nei miei polmoni, mi faceva male la milza.

Ma non potevo dirlo a nessuno.

Se non a me stesso.

Decisi di sedermi sul divano.

Fissavo il poster del Che con insistenza.

Il rosso di sfondo si impossessò dei miei occhi.

Li chiusi.

La voce continuava.

Forte, insistente.

Andai verso la cucina. Inciampando.

Caddi su un vetro, che stava li chissà da quando (porcaputtana).

Sentii il sangue scorrere dalla mano.

Ma non faceva male. Anzi. Nella teoria autodistruttiva a cui mi ero abituato, lo scorrere del sangue mi sembrava la sola soluzione che avessi “contro” il dolore.

Cercai sulla mensola la confezione di Serenase. Che secondo qualcuno avrebbe dovuto darmi un minimo di calma.

Cominciai a contare le gocce.

1

2

3

4

5

6

7

8

9

10

11

12

13

14

15.

Stop.

Bevvi il contenuto del bicchiere con indifferenza.

La testa mi esplodeva.

Non so perché ero convinto che come al solito non sarebbe servito a nulla.

Le notti oramai erano tutte uguali.

Fatte così.

Di sigarette nervose.

Di sogni maldestri.

Avevo voglia di rinascere.

Ma senza morire e’ impossibile.

Morire corporalmente.

Perché dentro ero morto da un pezzo.

Presi un quaderno. Mentre il sangue era coagulato e forse il mio arto avrebbe necessitato di una lavata.

Non me ne preoccupai assolutamente.

Presi una penna.

Provai a riorganizzare i pensieri.

Tutto inutile.

Nulla sembrava avere un senso in quella cazzo di notte.

E non lo aveva da tanto.

Accesi un’altra sigaretta.

L’ennesima.

Diedi una tirata nervosa.

Guardai la penna. Muta. Le risposte che cercavo erano nel suo inchiostro. Ma non volevano proprio uscire.

La presi e la scagliai contro la finestra.

Avevo sperato si rompesse il vetro.

Ma nulla.

L’irrazionale mi diceva di andare a prendere a cazzotti la finestra.

Ma nonostante avessi la morte intorno decisi di non farlo.

 “Non vali niente, farò di te quello che voglio, ti rovino!”.

La voce continuava.

E allora pensai: “Forse se un giorno riuscirò a scrivere questa storia mi sarò veramente liberato di te. Bastardo”.




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letteratura
14 settembre 2006
BISOGNA FARNE ALTRETTANTA PER DIVENTARE COSI' COGLIONI
Roma, di notte, e' difficile da spiegare.
Bisogna solo accendersi una sigaretta, poggiarla tra le labbra e lasciarla fumare, fin quando la luna, non arriva sopra il Colosseo, ed illumina via dei Fori Imperiali.
E allora, tu ti fermi ad immaginare, i piedi che li hanno calpestati, le parole che li hanno attraversati, e i sogni che si sono accesi o spenti nell'arco dei secoli, in quel crocicchio di vie.
Ed ogni tanto ti viene da piangere, e' normale.
Perche' pensi che tu sei un infinitesimo dell'esistenza... sei solo un uomo... ma che in fondo hai una delle piu' grandi fortune del mondo: esistere.
Questo pensava Carlo quella sera, mentre aspettava qualcuno. Nessuno in particolare. Qualcuno.
Fermo con la sua Uno, era li, oramai schiavo dei suoi pensieri... e quel che e' ancora peggio.... dei suoi ricordi.....
Erano giorni che cercava di cancellare l'ossessione di quando la siringa per la prima volta era entrata nel suo braccio.
E lui lo aveva compiuto quel gesto, con la naturalezza con cui si beve un bicchiere d'acqua.
Sarebbe arrivato colui o colei che stava aspettando ?
E intanto ricordava la pelle della vena del suo braccio destro, piegarsi, sotto la pressione dell'ago.
I suoi occhi accendersi, il suo respiro farsi affannoso, il chiudersi dei suoi occhi.
"Uomini senza fallo, semidei che vivete in castelli inargentati, che di gloria toccaste gli apogei..."
La Corale di Fabrizio De Andre' gli picchiava in testa insistentemente....
"Come crescere il grano guarda il villano, finche' non sia maturo, per la falce".
E tutti coloro che lui con il suo lavoro aveva mandato al creatore lo erano ?
Brutto mestiere il boia... Vero Carlo ? Soprattutto se il braccio non e' il tuo, ma solo l'ago.
Prese il coraggio a due mani e si butto' dalla terrazza del Gianicolo. Volo' giu' e il suo corpo non fece neanche rumore.
"Navigammo su fragili vascelli, per ascoltar del mondo la burrasca, ed avevamo gli occhi troppo belli, che la pieta' non vi rimanga in tasca".
Molti quando la mattina trovarono il corpo, si domandarono perche' Carlo si fosse ucciso.
Nessuno penso' di andare in macchina. Se lo avessero fatto avrebbero trovato un biglietto con scritto:
"Sono Carlo,il boia, ho assecondato il potere, salvo poi capire che BISOGNA FARNE DI STRADA DA UNA GINNASTICA DI OBBEDIENZA, FINO AD UN GESTO MOLTO PIU' UMANO CHE TI DIA IL SENSO DELLA VIOLENZA, PERO' BISOGNA FARNE ALTRETTANTA PER DIVENTARE COSI' COGLIONI, DA NON RIUSCIRE PIU' A CAPIRE, CHE NON CI SONO POTERI BUONI"
 



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14 luglio 2006
UNO, NESSUNO, CENTOMILA. PER IMMAGINI E PENSIERI
A volte, più spesso di quanto si possa pensare od immaginare, le persone le conosci cosi'. Attraverso i pensieri. Attraverso le parole.
Verba volant. Scripta manent. Ma quando le "verba" sono "scripta", allora puoi farti un idea di chi hai di fronte.
E la mia idea e' un'associazione di immagini.
Se qualcuno mi chiedesse adesso chi e' UNONESSUNOECENTOMILA direi: una maschera, una canzone, una valigia.
Perche' e' questo che so, perche' ognuno porta una maschera, ma non nel senso peggiore del termine: siamo un'anima e dobbiamo vestirci: la maschera e' il nostro abito. Il modo per vivere. E lei la indossa. Bene.
Perche' ha una colonna sonora perenne, una colonna sonora che accompagna ogni battito della sua esistenza: le canzoni.
E una valigia.
"Eccomi qua, sono venuto a vedere lo strano effetto che fa
                          la mia faccia nei vostri occhi, e quanta gente ci sta"
Perche' e' questo forse il suo modo di affrontare la vita: affronto- confronto.
Perche' il solo modo di conoscere e' viaggiare.
Con la fantasia, con le parole, e con la musica.
Per dire veramente di poter essere:
UnoNessunoeCentomila.

(Chissa' se ho inquadrato bene....)



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vita familiare
5 giugno 2006
UN PAESE DI SANTARELLI POETI E NAVI... GAETANI
Il mio week end era cominciato indubbiamente nel migliore dei modi, e soprattutto molto presto.
Per staccare dalla routine universitaria sono stato (nuovamente) cooptato come generico nel film con Bonolis protagonista di cui parlavo qualche giorno fa.
Ho capito una cosa giovedi' mattina alle ore 11.
Gli psicologi e gli psichiatri e anche i politologi stanno studiando un nuovo elemento di mobilitazione massiva: L'elenasantarellismo, che se volete e' un po' come il berlusconismo: a lui nessuno lo vota ma e' stato capo del governo, la Santarelli non si sa muovere ma tutti la guardano. Io per primo e non me ne vergogno.
La quantita' del mio testosterone e' aumentata in maniera esponenziale alle 12.30 quando si sono palesate le nudita' (seppur minimamente caste) della suddetta.
Dopo 8 ore di studio una equipe di psicologi ha stabilito che:
"LE FORME DELLA SANTARELLI PRESE IN CONSIDERAZIONE TRA LE 10.30 E LE 17.25, HANNO CAUSATO IN SOGGETTI COMPRESI TRA I 18 E I 60 ANNI DI ETA' SINDROMI DA SBAVATIO CONTINUATIVAE, ERECTIO PERENNIS, ALLUCINATIO COMPETITORUM.
LA VISIONE DELLA COMPLETA FIGURA DELLA SANTARELLI DANZANTE HA PERO' DATO ESITI STUPEFACENTI.
COMPROVATO CHE LA ELENA LATINENSE HA GLI STESSI EFFETTI DEL LEXOTAN: ALLE PRIME ASSUNZIONI CAUSA SONNOLENZA (SOPRATTUTTO DALLE 14.30 ALLE 15, POSTEA, DOSATA IN MANIERA MASSICCIA, RIUSCIREBBE A RISOLLEVARE NARCOLETTICI IN FASE ACUTA.
SE NE CONSIGLIA L'ASSUNZIONE CONTINUATIVA NELLE DOSI DEL FARMACO PRECEDENTEMENTE CITATO (LEXOTAN), PER UN PERIODO TRA I 3 E I 4 MESI.
ONANISMO DA SCONSIGLIARSI."
Dopo la meravigliosa avventura alla quale sono andato incontro della quale non smettero ' mai di ringraziare il patriarca, (sottolineiamo pero' che anche Michela, Michela (non ripetizione ma omonimia),e  Cristina facevano la loro bella figura), la mattina successiva si decide di partire in direzione Gaeta, bardati e (non) bellicosi.
Il tempo che ci accompagna non e' dei migliori anzi NOE' dei migliori, dato che ci troviamo quasi di fronte ad un diluvio universale.
Mantenendo una velocita' di crocera di circa 70 km\h, arriviamo a destinazione e sorbiamo un aperitivo (causa dieta il mio si riduce ad un caffe').
Dopodiche' si va a casa del buon Nicola dove la mamma ha imbandito una tavola di tielle con polipi e zucchine.
Al terzo pezzo ho le crisi mistiche dal piacere palatale provocatomi.
Si dorme nella casa che Attilio ci ha gentilmente concesso, e io rischio la morte per assideramento causa l'abbassarsi ulteriore ed improvviso della temperatura nella notte.
Mentre il rigor mortis sta per prendere piede decido di alzarmi prendere le coperte e rilassare le mie membra.
La mattina dopo, al risveglio Nick ci porta in giro per Gaeta vecchia e a casa di Attilio, dove la mia gamba subisce una sconfitta 6 0 6 0 gioco partita incontro.
Mentre la gentilissima mamma di Attilio vuole portarmi a visitare una delle camere dell'appartamento, io non mi avvedo di un tavolinetto di cristallo posto nel centro del salone, ergo vado a sbatterci con la gamba, il che mi provoca un dolore acutissimo, visioni di Dei inesistenti, nonche' una lunga nominatio di santi e divinita' ctonie, per non parlare di HudoFolk.
Terminato l'elenco, Nico a casa sua ci delizia con una pasta al pomodoro alici ed olive di cabotaggio culinario elevatissimo.
Nel post pranzo mentre visiono "Guido Terzilli medico della mutua" cedo a Morfeo in maniera indecorosa, nonostante abbia gia' sorbito 4 caffe' 4.
La sera organizziamo un convivio vicino Gaeta, e mentre scendo le scale (ad onor del vero ripiderrime), di casa di Attilio, il mio retrotreno decide di voler avere dei rapporti col marmo gradineo, e cosi' l'osso sacro viene ripetutamente a contatto coi gradini!
Che fortuna! (Che culo mi pare eccessivo!)
La mia serata si svolge tra una risata e una ricerca spasmodica della posizione da tenere dati i dolori arto-culari di cui soffro.
Per cercarne una decente provo a leggere anche il Kamasutra, ma trovo molto poco di funzionale alla mia situazione.
Verso le 6 siamo tutti a nanna ( o quasi dato che io e Vale con gli ultimi barlumi di lucidita' spariamo le ultime battute inter nos, ridendo come dei folli).
Oggi si riparte ( o si e' ripartiti, decidete voi la consecutio), chiaramente accompagnati dalla pioggia.
Ma come direbbe Giugliacci " non puo' piovere per sempre".
Per il mare aspetteremo un altro weekend, per le risate non c'e' condizione meteorologica che tenga.
Grazie Ragazzi.



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30 maggio 2006
L'ULTIMA GOCCIA (PARTE PRIMA)
Sentivo una musica forte venire da una stanza che non vedevo e non sapevo dove fosse ubicata.
Girai lo sguardo piu' volte, ma non seppi dare una collocazione al suono.
Riconoscevo soltanto le parole che scorrevano sulla puntina del disco: "l'orchestra suonava the black bird..."
Il mio palazzo era posizionato in una zona centrale della citta' e potevo vederne la piazza, con lo scorrere delle vite, i passi lenti o veloci a seconda delle circostanze e dei bisogni.
Le madri sgridare i bambini, i padri accendere interminabili sigari, su un futuro incerto.
Come il mio.
Da quando mi avevano trasferito in quel luogo, mi sentivo senza spazio, senza tempo, e soprattutto ero senza lavoro.
Essere un investigatore privato, mi costringeva a lunghe pause, che condizionavano la mia psiche, ancor prima del mio portafogli e del mio stomaco.
Non che a me piacesse sapere che la gente si uccide pero' un minimo di sano egoismo lo avevo sviluppato negli anni di carriera.
Mentre aspettavo che il telefono squillasse (maledetto apparecchio, muto come un pesce!)decisi che era ora di dare un'occhiata ai casi precedenti, per rinfrescarmi un po' la memoria sui metodi investigativi.
Per fare cio' avevo pero' bisogno di un buon caffe' che misi subito a bollire, e mentre attendevo la fuoriuscita del liquido nero, mi appoggiai al piano cottura e guardai fuori dalla finestra.
La citta' aveva preso a pulsare e questo mi piacque parecchio.
Mi faceva sentire meno solo.
Del resto non conoscevo nessuno, ma una masnada di nessuno e' sempre meglio di nessun nessuno (concetto contorto, mi rendo conto).
Vidi una macchina percorrere la via sottostante la mia finestra e mi domandai dove stesse andando, domanda che rimase senza risposta, perche' l'auto, una Ferrari nera, svolto l'angolo e scomparve nella mattina invernale......


LA STORIA NON FINISCE QUI, MA LA CONTINUERO' LENTAMENTE PER VEDERE SE CREO SUSPANCE, SPERO CHE VI PIACCIA.



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26 maggio 2006
UNA STORIA UN PO' COMPLICATA PARTE SECONDA....
Amo la vita, ma non ditelo ad un pesce... E' una concordatio che non si confa' al suo essere.
Oltre alla vita, pero', anche le gambe hanno la loro importanza, per non parlare dell'occhio: con lui abbiamo solo un punto di discrimine: e' un po' tirchio: ogni volta che facciamo una rapina vuole la sua parte.
Il pesce di cui dicevo precedentemente: animale di una permalosita' senza limiti....
Qualche sera fa (per non parlare delle sere sol o quelle mibemolle), disquisivo con un mio amico e parlando del figlio del mare dicevo : sono preoccupato per il mio amico pesce: mi domando se la sera esca....
L'ittica creatura non l'ha presa bene....
Sono un consumatore indefesso di giornali di gossip: il cantante dei Tiromancino e' stato assunto alla Tecnocasa: difatti pare sia uscito il suo ultimo singolo: LA DESCRIZIONE DI UN ATTICO.
Franco Sensi esaltato dalla stagione del terzino (se stessimo parlando di un ex alcolista sarebbe piu' appropriato quartino) argentino, ha chiesto a Venditti il remake di una sua vecchia canzone, ne e' scaturito un successone: DIMMELO TU CUFRE'.
Mia madre mi ha presentato una zia che non conoscevo (la classica nonsochizia), questa signora ha partorito nella sua esistenza due figli, e dato che non sapevo della loro esistenza ho scoperto di avere 2 cugini, anzi per dirla tutta dato che sono di nuova uscita li definirei NEWGINI.
Ma adesso, basta parole.... Passiamo ai fatti (come diceva Muccioli).



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22 maggio 2006
UNA STORIA UN PO' COMPLICATA....
Voglio invit-arti a cena, nel senso che io ti invito e tu porti le braccia e le gambe.
Non stupirti amore mio se in un ristorante dove cucinano solo carne di manzo vedrai un toro che monta la panna....
Del resto la notte mi ha insegnato che ci sono donne con una capacita' creativa e una classe che va al di sopra del normale: le fin- estre, che hanno un solo grosso problema: lo sguardo vitreo....
Un giorno la mia ragazza venne da me (la cosa strana era che non avevo la ragazza), e mi disse che voleva organizzare un viaggio... Guardai su internet e trovai vari low cost.... Capii cosa intendeva solo quando si presento' con una pastiglia di Black....

Mi piace viaggiare, lo adoro e' straordinario, ho un solo problema: l'aerofagia, ergo ho inventato un nuovo modo di dormire in tenda: il sacco a peto.

Organizzai un tet-a-tet con una ragazza alta un metro e 30, lei mi invito' al suo genetliaco: la corta di compleanno.

Amici erotomani, non preoccupatevi, per voi che dell' onanismo avete fatto un vanto e' in uscita un nuovo film: la storia di un'ammucchiata orgiastica che ha come punto fermo la genitrice del protagonista: dal regista Pedro Almodovar: Tutti su mia madre.

Appassionati di tennis di tutto il mondo unitevi: nelle sale dal prossimo mese un porno imperdibile che ha come protagonista una promessa della vole' e del dritto, ambientato a Roma : Foro  Italico.

Ogni tanto la follia contagia anche il sottoscritto....




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16 maggio 2006
LA LATTINA ROTOLANTE

Roma, 15 Maggio 2006, esterno sera, ore 17.08.

 Statico alla fermata dell’autobus aspetto trepidante il mezzo pubblico (che se stracolmo di persone di dubbia moralita’, ovvero teste di c.... diventa mezzo pubico).

Guardando per terra vedo comparire come per magia una lattina dell’odiatissima Coca Cola , che si appropinqua a me quasi tronfia.

Mi ricorda qualcosa, ancora non so cosa però….

La controllo con l’interno del piede, la fermo e la fisso: (GALLEGGIANO GEORGIE, GALLEGGIANO TUTTI QUAGGIU’)

Non so che farne posso dirlo ? Allora comincio a farla rotolare giu’ per la strada….

COME LA BARCHETTA DI CARTA NEL TOMBINO…

La gente mi guarda stranita come se stessi facendo qualcosa di strano o come…

SE AVESSI LA MORTE DIPINTA SUL VOLTO…

Poi capisco…

Mi illumino…

La vita e’ come questa lattina…

E in fondo:

GALLEGGIANO, GALLEGGIANO TUTTI GEORGIE, LO VUOI UN PALLONCINO ?




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29 aprile 2006
RICOMINCIO DALLA PSICOPATIA
Che fossimo un gruppo di folgorati lo avevo capito benissimo, ne avevo la percezione assoluta, ma che il nostro stato di folgorazione permanesse anche di fronte a 26 ore in facolta' negli ultimi 2 giorni, non me lo sarei mai aspettato devo dire.
Ieri pomeriggio tornato a casa ho rischiato di crollare su me stesso dalla stanchezza, tanto che mia madre, mi ha praticamente intimato di riposare le mie stanche membra per almeno un'ora.
Questa operazione e' stata pressoche' castrata nella sua totalita' da un numero infinito di telefonate ricevute da parte dei vari familiari che si informavano sulla mia salute.....
Bene.
L'unico neurone del mio ragionamento oramai aveva rinunciato all'attivita' morfeica....
Indi mi reco in facolta' verso le 20.40 e giunto all'ingresso incontro Jacopo che da buona strenna natalizia porta in dono un televisore 14 pollici nero, di mia proprieta', con tanto di Playstation al seguito.
Prendo il pesante strumento a colorazione nazionalsocialista e lo introduco in facolta' sotto lo sguardo basito del portiere notturno...
Si stara' domandando il perche' di tutto cio', ma non e' un problema mio, anche perche' l'attrezzo pesa oltremodo, indi mi pare il minimo portarlo nel luogo adatto alla di lui mole.
Entrato nel nostro covo, trovo Elena piazzata davanti al pc e Ale con in mano la bandiera della pace, che mi fissa e sbotta a ridere, probabilmente per l'oggetto che porto meco.
Piazzato il televisore su un tavolo comincia lo spinaggio vario e variopinto, che ci porta a sfidarci alla morte in match calcistici virtuali.
Al duo Scaramuzza- Nassi, in ordine alfabetico decrescente, palesemente collaudato, uniscesi il buon Amato che sfida entrambi con il "suo" Parma.
Veniamo sconfitti entrambi, io ed il Nassi, allorche' si decide di passare al dolce desinare dato che nel mentre si sono fatte le 9 e 30.
Una delegazione di noi viene spedita dal pensatore contemporaneo di Via Silvio D'Amico che risponde al nome di "Superciccio" ad acquistare le vettovaglie sotto forma di panini.
Opto stoicamente per un originale ciabatta con mortadella e cicoria, che mi viene detto in seguito, riscuote la dubitabonda reazione del paninaro.
La serata prosegue con la visione delle foto scattate da Monsieur Amato in vari luoghi dell'orbis terrarum.
Silvia si propone per un servizio fotografico che viene accolto con giubilo dalla folla.
Intanto Elena ed Alessandra hanno occupato la postazione Playstation e si stanno sfidando a singolar tenzone in un tesissimo Olanda Italia, che si conclude con il risultato di 0 a 0, rimembranza storica dell'europeo del 2000.
Verso le 23 decidiamo di abbandonare il posto di comando oramai sopraffatti dalla stanchezza.
Fuoriusciti con molta difficolta' dalla porta principale a causa delle mie eterne dimenticanze (borsa sigarette e tutto cio' che e' possibile scordare), passiamo davanti alla targa antifascista appesa all'ingresso e la omaggiamo con saluto a pugno chiuso, e io intono "Fischia il vento", cosa che faccio oramai spessissimo negli ultimi giorni.
Si decide, dopo scambio di numero telefonico con Luigi di recarsi a bere un qualcosa nel limitrofo pub irlandese.
Partiamo in auto il Nassi alla guida, io e la Gualderoni (altresi' detta Ascoli) sul sedile posteriore.
Amato denuncia il bisogno della sua quattro ruote di bere liquido vitale indi scatta la sosta dal benzivendolo.
E qui Campanellino da veramente il meglio di se....
Scende dalla macchina di Valentina e si getta in quella del Nassi a pesce passando dal finestrino!
Esaltante!
Scatta la foto di rito della situazione.
Detto cio' si riparte.
La Bisozzi dalla macchina vicino ci urla in corsa di mettere Contessa cantata dai Modena City Ramblers, e cio' fa si che si giunga di fronte al pub cantando "Compagni dai campi e dalle officine prendete la falce portate il martello ".
Dopo 15 minuti di attesa al di fuori del locale nel fresco della serata romana, condito da discussioni circa i nuovi candidati a sindaco con relativo coretto anarco insurrezionalista entriamo nel locale e ordiniamo da bere.
La delusione cocente dell'assenza di te caldi ci fa propendere verso prodotti luppolici alcuni, succhi di frutta altri e io do il meglio di me ordinando una pericolosissima acqua minerale!
Si ride e si scherza per circa un'ora.
Quando il sonno si impossessa in toto di noi ci dirigiamo verso le auto e si torna a casa stanchi ma soddisfatti e col pensiero tutti in testa puntato verso una sola cosa: "gli altri segnaranno pero'.... che spettacolo quando giochiamo noi, non molliamo mai!"
Ora speriamo sia "meravigliosa vittoria".



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13 aprile 2006
ERO STANCO…..

Ero stanco, ed il suo sorriso non bastava a far cadere la pesantezza delle mie braccia e delle mie gambe. Lei ci provo’ in tutti i modi, sorridendomi di quel sorriso che avevo amato ininterrottamente per anni… Cinse la mia vita con le sue braccia, il profumo di rosa che inondava la sua pelle arrivo’ alle mie narici, ed io con un gesto automatico, cercai di assimilarlo, di rendere i miei recettori olfattivi, attivi, ma a nulla servi’ quello sforzo che mi apparve sovrumano.

La scansai dolcemente e mi recai al tavolino dove erano appoggiate bottiglie di ogni tipo: scelsi un liquore casualmente e lo versai nel lungo bicchiere dopo aver preso con la pinza un cubetto di ghiaccio. In altri momenti lo avrei usato come un gioco, passandolo sul suo corpo, ma ora no, era solo uno strumento che mi necessitava per calmare i bollenti spiriti che ancora si muovevano in me, duri a morire.

Mi voltai verso di lei chiedendole se ne volesse, ma i suoi occhi interrogativi mi fecero capire che la faccenda alcolica non era di suo gradimento.

Posso giurare che provai odio per lei in quel momento, perche’ aveva rifiutato la sola cosa che mi sembrava poter cancellare il mio atavico senso di inadeguatezza.

Iniziai a sudare, un sudore freddo, appiccicoso…. Lei era la sempre piu’ interrogativa…. Mi sedetti sul divano ed inizia a sfogliare un giornale, senza rendermi conto dell’inattualita’ delle notizie…

Lei cerco’ di parlare, di conferire parola, di spezzare il lungo silenzio che ormai aveva distrutto il nostro rapporto. Un raggio di luna filtro’ attraverso la finestra affacciata su via dei fori Imperiali.

Si volto’ guardo’ fuori…. E vide la luna…. E le sue retine impressionarono per sempre quell’immagine…. Con scatto fulmineo trassi un coltellino da sotto il divano e lo infilai nella sua carne bianca…ne uscì un rivolo di sangue…. La presi e la baciai mentre la morte l’aveva gia’ portata con se… Lo so vostro onore… Non ho attenuanti… Perche’ l’ho fatto ? ERO STANCO….




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11 aprile 2006
ITALIA, POPOLO DI SANTI, POETI, NAVIGATORI, CREDULONI ED INDECISI….

Ho gli occhi stanchi da una notte di non sonno… Però per sfogarmi voglio dirvi cosa e’ stato il 10 aprile più lungo della mia vita….

Nel pieno pomeriggio, mentre siamo di fronte all’ingresso del teatro Vascello, Dona scende dal 75, proveniente da Termini, in lacrime…

Faccio per avvicinarmi, poi mi ritraggo perché vedo che a precedermi e’ stata Alessandra.

Si abbracciano, dopo di che Dona viene verso di me e mentre la stringo le chiedo cosa le stia succedendo, e la sua risposta e’ quella che speravo, e che forse avrei dato anche io: “Sono 5 anni che aspetto questo giorno”.

Come ti capisco.

Mentre Ale completa dei piccoli pezzi di stoffa con scritte da appendere al collo io e Dona entriamo nel teatro e troviamo Sara, Silvia e Pier impegnati in un pasto pantagruelico, e soprattutto inatteso dato l’orario. Sono appena le 18.30!

Mentre li vedo ingurgitare quantità mostruose di ortaggi crudi e porzioni di pasta vario condita, lancio sguardi verso lo schermo che trasmette la trasmissione di Rai3 dove si parlano addosso il solito gruppuscolo di politici in fomento elettorale.

Per una volta sono importanti i numeri e non le parole.

La forbice elettorale, almeno alla camera, pare convergere a spaventoso nostro favore, addirittura il 9 per cento!

Decidiamo in preda all’esaltazione di recarci a Piazza Santi Apostoli, dove molti aderenti al centro sinistra attendono il risultato finale, che pare, oramai scontato.

Siamo oltremodo ottimisti quando saliamo sul 44 (che non e’ chiaramente il numero del mezzo pubblico, ma il tempo che passa tra una corsa e l’altra) dirigendoci a Piazza Venezia, per poi tagliare all’interno e soggiungere nel luogo dell’orgiastico divertimento (presunto).

Scesi dall’autobus incrociamo Agnese, che ha un viso che tutto e’ tranne che “sapor di cioccolata”.

Con telecamera a seguito ci scruta e ci comunica che la rimonta dell’ ipotricotico arcoriense e’ impressionante….

Siamo passati da 9 a 3 punti e mezzo, o forse anche meno….

A Dona arrivano messaggi inquietanti, che rendono il percorso restante un’agonia degna del golgota di gesuiana memoria….

Giunti di fronte al tir giallo con cui il Professore ha enunciato il suo programma alla nazione, scopriamo che le due agenzie incaricate degli exit poll, la Piepoli e la Nexus, sono in palese discordanza: la  prima assegna la vittoria a Prodi, la seconda a Berlusconi….

Ci chiediamo quale sia la verita’, che in questo momento e’ come chiedersi chi siamo e da dove veniamo.

Troviamo un pertugio dove come per magia riusciamo ad incastrarci e restiamo in trepidante attesa delle proiezioni.

Sara intanto denuncia un inizio di stato ibernativo, a causa del suo abbigliamento oltremodo tendente al primaverile.

Ci stringiamo, piu’ per creare una sorta di barriera che possa trasmetterci sicurezza che per le condizioni climatiche.

L’attesa viene ingannata attraverso l’ascolto della musica che si irradia dagli altoparlanti.

Si balla, ma la nostra speranza e’ tradita, credevamo di essere gia’ qui a cantare vittoria, ma c’e’ da soffrire.

La forbice e’ scesa dal 9 al 3,5 per cento, ancora il vantaggio ci rassicura, ma non molto.

Cerchiamo di distrarci facendo foto, ma e’ tutto inutile, in questo momento sarebbe piu’ fotogenica e disposta all’obiettivo la Montalcini in topless.

Dallo schermo trasmettono finalmente le percentuali dei seggi scrutinati….

Ci percorre un brivido dietro la schiena nel constatare la lentezza con cui avviene lo spoglio, ma la gioia e’ grande quando scopriamo di essere in vantaggio.

Abbraccio Dona, Sara e Silvia e cominciamo ad urlare dalla felicita’, una felicita’ repressa per un quinquennio.

Mi sento felice anche se il vantaggio risulta esiguo.

E’ la prima volta che assisto ad una manifestazione di questo genere, nonostante i miei quasi ventisei anni….

Le ore scorrono lente, a mezzanotte siamo sfiniti, fisicamente e mentalmente, c’e’ chi fuma nervosamente, chi tenta di comunicare via sms non riuscendovi data l’assenza di campo.

Siamo ad una staccata di distanza.

Siamo oramai allo stremo e la ragione prende il sopravvento sulla vis politica e decidiamo di andare a casa di Dona a seguire lo scrutinio.

Appena sorpassiamo l’assemblamento di furgoni della televisione, scoppia uno scrosciante applauso.

Si aziona in noi il dio della corsa e torniamo in trincea….

Stavolta piu’ lontani, ma non abbastanza per perderci lo show di Gasparri che ci definisce terroristi….

Salva di fischi all’indirizzo dell’inqualificabile dichiarazione.

Oramai siamo allo stremo delle forze, io poggiato al muro, Ale che si e’ seduta con le gambe tra le braccia, Silvia e Dona che discutono di altro, e Pier che si e’ presumibilmente dato al vagabondaggio.

Il mio stomaco e’ completamente chiuso, le gambe fanno giacomogiacomo e la delusione ha preso il sopravvento: speravo in un risultato diverso….

La mia mente corre a 5 anni fa, va avanti torna indietro, e comincio a pensare che tutto questo non sia servito a nulla, che la nostra presenza abbia riempito solo uno spazio, e che domani diranno di aver sconfitto i facinorosi noglobal spacca vetrine….

Ma alla fine la coscienza prende il sopravvento e penso: “Voi non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo!”

So che saremo qui sempre comunque vada a lottare per cio’ che ci sembra ingiusto, non lo leggo negli occhi dei ragazzi, ma e’ come se potessi vederne il cuore.

Entriamo a casa di Dona, con tante ore di stanchezza e ci sdraiamo sui letti a vedere la conclusione di questa giornata:

abbiamo vinto per 0,1 punti percentuali.

Un nonnulla. Pero’ siamo noi la nuova maggioranza.

Dalla televisione sentiamo le note della “Canzone Popolare” di Ivano Fossati….

Vorrei smettere di pensare ma non posso.

Il solo modo per far si che il ragionamento abbassi le sue pretese, e’ sdraiarsi sul materasso e pazzeggiare fin quando il peso del sonno non calera’ definitivamente su noi.

E’ difficile anche questo perche’ siamo presi da un’euforia nervosa che fa scaturire boiate in quantita’ industriale…

Oramai io e il mio diaframma siamo 2 realta’ completamente avulse una dall’altra….

Alle 4 e 40 siamo oramai ko….

49,7 a 49,6….

Abbiamo vinto….

Chiudo gli occhi respiro profondamente e mi abbandono al dio sonno con un solo pensiero che frulla nella testa: E’ stata comunque una delle piu’ belle serate della mia vita, abbiamo vinto per pochissimo, ma questo dimostra una sola cosa: siamo un popolo di santi poeti, navigatori, creduloni ed indecisi….

E domani e’ un ALTRO giorno.




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10 aprile 2006
SOLE SUL TETTO DEI PALAZZI IN COSTRUZIONE.... L'ITALIA SIAMO NOI....

E' stata una magnifica giornata.... Sono afono... Ho i piedi distrutti e 500 chilometri sulle spalle, anche se non ho guidato.
Mi sento un po' come Jack Kerouak, ho cercato una verita', ho ricambiato un amore, irrazionale e verso qualcosa di astratto, ma sempre un amore.
Alle 7 e 30 esco di casa nella luminosa domenica romana, respiro l'aria che purifica i miei polmoni sporcati dal troppo catrame delle innumerevoli sigarette della sera prima.
Mi fermo un secondo davanti al prato a guardare il cielo da una prospettiva che avevo dimenticato e scopro che e' straordinario... e pulito.
Percorro le poche centinaia di metri che mi dividono dal seggio elettorale, dove vado ad esercitare un mio DIRITTO, ma soprattutto vado a compiere il mio DOVERE.
Mi fermo davanti al cancello rosso della scuola cercando di scrutare e scoprire altri occhi di persone scontente di essere state strappate a Morfeo, ma felici per cio' che stanno facendo.
Non ne trovo, ma capisco che e' ancora presto, mancano venti minuti all'apertura del seggio.
Mi siedo sul marciapiede e frugando nelle mie tasche stracolme vado alla spasmodica ricerca di un accendino per ricominciare lo scontro impari bronco- catrame.
Il mio giubotto modello rivoluzionario cubano implora palesemente pieta' quando grazie al mio tatto individuo l'utensile indispensabile.
Accendo la sigaretta e dò una lunga boccata, butto fuori il fumo come se stessi disegnando un quadro, cercando cioe' di dargli una linea anche se non logica ma artistica....
Al terzo tiro scorgo la rossa auto del grandissimo Enrico P. palesarsi in tutto il suo comunistissimo cromatismo, ergo getto il mozzicone per terra e mi avvicino all'utilitaria brandendo una pericolosissima bottiglia di acqua minerale che posero' in macchina prima di entrare nel luogo di voto.
Espletati i saluti di rito con tanto di cinque battuto, io ed Enrico saliamo le scale che ci portano all'ingresso, che sono di numero esiguo, ma che stamattina mi sembrano interminabili....
Guardo Enrico e leggo in lui la stessa apprensione che coglie me....
Giunti all'ingresso ci troviamo in fila insieme ad altri virgulti e teste canute in quantita' piu' o meno pari.
Per ammazzare l'attesa dell'apertura del portone (mai mi era successo per quello di una scuola), decidiamo di compiere un gesto originalissimo: accendere una sigaretta.....
La legge non scritta della "FERMATA DELL'AUTOBUS" si conferma in tutta la sua precisione.....
Non appena il tabacco prende fuoco si apre la porta e siamo costretti a gettarle per le terre....
Dobbiamo votare, ma soprattutto poi c'e' da andare a prendere Silvia ed arrivare da Jacopo.... E non possiamo ritardare, non avremmo di certo quella che Guccini chiamerebbe "una Marlboro di alibi".
Arrivati ognuno davanti alla sua sezione ci separiamo e mettiamo in fila, a quel punto la tensione si fa sentire e cominciamo per sconfiggerla a farci battute a distanza, mentendo chiaramente sulle nostre intenzioni di voto.....
Arriva il mio turno nonostante la lentezza endemica degli scrutatori, ma sono disposto a perdonarli.... E' domenica e sono le 8 e 17....
Arrivo dentro la cabina e mi si palesano davanti le schede con i simboli.
Individuo il mio per la camera e quello per il senato, anche se sul secondo ho un momento di esitazione e quindi l'esercizio votante tra solita x e piegaggio scheda dura l'interminabile lasso di tempo di 45 secondi.... E non ho neanche una nonna che mi minaccia di non lasciarmi il casale di Palestrina.....
Ritrovo il buon Enrico P. che attende la di me persona al di fuori del seggio, indi ci rechiamo nella sua auto e partiamo per andare a prendere la suddetta Silvia, la quale conferma la sua natura femminile ritardando di un buon quarto d'ora accademico, che io ed Enrico P. impieghiamo leggendo i quotidiani precedentemente acquistati e, colpo di scena, non lo direste mai, fumando una sigaretta.
Silvia arriva sorridente con la sua sciarpa della Lazio al collo.
Io sono bardato con una sciarpa con gli stessi colori, Enrico P. per scaramanzia con la sciarpa dell'Irlanda.
Percorriamo la strada che ci divide da casa di Jacopo cercando di sciogliere un nodo gordiano: confessare o no al buon Jac che Peruzzi non scende in campo e che al suo posto ci sara' Ballotta, o meglio: svelargli tale verita' immediatamente o renderlo partecipe di tale presunta catastrofe solo dopo aver oltrepassato la barriera di Firenze dato che in tal modo non possa piu' accampare scuse, tipo visite di parenti dal Venezuela di Chavez, e tornare indietro ?

E’ lui stesso a toglierci dall’imbarazzo, quando dopo che gli mostro il titolo del giornale, mi svela di esserne a conoscenza dalla sera prima….

Mi sento un po’ un cretino….. Ma tant’e’.

Si parte direzione Siena stadio Artemio Franchi.

Jacopo propone data l’indisponibilita’ di Peruzzi e l’ineluttabile dramma, di recarci ad Ariccia a consumare prodotti di matrice suina e mozzarella bagnati da Romanella.

Manco a pensarci il richiamo e’ troppo forte.

Silvia accende la video camera ed effettua la prima ripresa di noi quattro gia’ colti da psicopatia fulminante…..

Il meglio di questa prima parte di mattinata la diamo quando sulla track list del lettore cd di Jacopo appare la traccia numero 5: “Mi sono fatto da solo” della Famiglia Rossi….

E’ delirio…. Indi imito il Cavaliere con grande giubilo, non per il personaggio, ma per la verosimiglianza della voce…. Fosse per il primo….

Al primo autogrill marziano della storia delle autostrade, stazione di servizio di Giove, ci fermiamo in quanto la mia vescica, oberata dall’aver io me medesimo sorbito 1,5 litri di acqua, chiede clemenza.

Il viaggio prosegue tra un disco dei Modena City Ramblers e uno degli Oasis.

Io che occupo il sedile posteriore vedo alternarsi il mio compagno tra Silvia ed Enrico, che onde evitare di imbrattare l’auto con composti poco raccomandabili causa incompatibilità automobilistico- digestiva, fanno a turno per la seconda seduta posteriore.

Arriviamo senza problemi in quel di Siena dove ci attendono Enrico C., Valentina, Francesca e Daniele.

Invadiamo la citta’ con i nostri canti, e nel contempo cerchiamo un luogo dove rifocillarci.

Chiamo mia madre per avere notizie circa la tornata elettorale e l’affluenza, ma mi sento rispondere che non ne sa nulla in quanto si trova ad Anagni…. Che ci sia andata per farsi prendere a schiaffi ? Mah….

Anche mio padre e’ ubicato in quel di Torvajanica e misconosce l’affluenza….

E’ proprio vero…. Fatta l’Italia bisogna fare l’Italiano….

Ci sediamo a tavola e tra una portata e l’altra si fanno le 2 e 40,e noi in 20 minuti dobbiamo recarci in un luogo del quale non conosciamo l’ubicazione….

Bene direi….

La fortuna vuole che Siena corrisponda in quanto ad estensione metro cubo piu’ metro cubo meno alla Garbatella, e la ricerca non si rivela impossibile, anzi.

Veniamo perquisiti solo io e Jacopo all’ingresso non so per quali reconditi motivi… Neanche a dire che il nostro tratto somatico possa trarre in inganno.

Arriviamo dentro lo stadio e ci appostiamo in alto, tutti vicini….

Io accanto ad Enrico P, dietro di me Enrico C e Silvia a seguire Jacopo, nella fila superiore Daniele, Francesca e Valentina, ma e’ come stare tutti vicinissimi data la lontananza esigua delle file….

Siamo tesissimi, conosciamo i limiti della nostra Lazio, ma anche la grandezza del nostro amore per essa…..

Dopo 10 minuti siamo in vantaggio, io ed Enrico P ci abbracciamo ci guardiamo negli occhi come a dire finalmente, poi trovo l’abbraccio di Jacopo e Silvia ed a seguire quello di Enrico C.

Bellissimo.

Ancora 10 minuti ed e’ 2 a 0. Ancora delirio, e nonostante sia la domenica delle Palme, qualche piccolo improperio verso il grande capo vola….

Sembra finita…. Macche’….

Dopo 2 minuti segna il Siena, e a me ricorda tanto la partita con l’Empoli,faccio questa mera considerazione e mi becco i cordialissimi vaffanculo dei pensatori contemporanei sottostanti.

Fatto sta che la mia sensazione si avvera ed il Siena pareggia….

Mi arrivano sguardi che non so se sono di compassione o di odio….

Nell’intervallo le parole verso i ragazzi non sono bellissime, senonche’ a spezzare i pensieri ci pensa la telefonata di Pier, che con il suo saluto generale dissolve la tensione.

Inizia la ripresa e torniamo subito in vantaggio.

Abbraccio tutti, tranne Enrico P che mi da il 5, poi mi guarda e portandosi il dito a tagliare verticalmente le labbra mi chiede di tacere perche’ sa cosa sto pensando….

Passano 40 minuti di passione…. Poi il triplice fischio… La gioia….

Guardo quel campo verde e profumato, perfetto, che e’ un amore che non ti tradira’ mai….

Ci abbracciamo, e stiamo godendo tutti…. Di un piacere anorgasmico ma straordinario.

Ci sentiamo i padroni del mondo…. E in piccolo forse lo siamo.

Ora invadiamo pacificamente Siena con la nostra voce forte seppur composta.

 

Spero non sia troppo lungo il racconto….

Perche’ in fondo non ho parlato ne’ di politica ne’ di calcio:

Ho raccontato un pezzo di vita….

 




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