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LA VOCE CONTINUAVA

        

 

La notte era arrivata come sempre.

Nonostante tutto il sonno tardava ad arrivare. Era per quello che stavo fermo davanti alla finestra, con la sigaretta accesa a guardare la luna.

E pensavo.

Pensavo a come le mie insicurezze fossero figlie di me stesso.

Una sorta di partenogenesi di negatività.

E la voce dentro di me che continuava a dire: “Non vali niente, farò di te quello che voglio, ti rovino!”.

Cercavo di ignorarla. Ma era la cosa più difficile del mondo.

Non sembravo in grado di controllare questo sistema di autodistruttività che si era impossessato di me.

La sigaretta bruciava nei miei polmoni, mi faceva male la milza.

Ma non potevo dirlo a nessuno.

Se non a me stesso.

Decisi di sedermi sul divano.

Fissavo il poster del Che con insistenza.

Il rosso di sfondo si impossessò dei miei occhi.

Li chiusi.

La voce continuava.

Forte, insistente.

Andai verso la cucina. Inciampando.

Caddi su un vetro, che stava li chissà da quando (porcaputtana).

Sentii il sangue scorrere dalla mano.

Ma non faceva male. Anzi. Nella teoria autodistruttiva a cui mi ero abituato, lo scorrere del sangue mi sembrava la sola soluzione che avessi “contro” il dolore.

Cercai sulla mensola la confezione di Serenase. Che secondo qualcuno avrebbe dovuto darmi un minimo di calma.

Cominciai a contare le gocce.

1

2

3

4

5

6

7

8

9

10

11

12

13

14

15.

Stop.

Bevvi il contenuto del bicchiere con indifferenza.

La testa mi esplodeva.

Non so perché ero convinto che come al solito non sarebbe servito a nulla.

Le notti oramai erano tutte uguali.

Fatte così.

Di sigarette nervose.

Di sogni maldestri.

Avevo voglia di rinascere.

Ma senza morire e’ impossibile.

Morire corporalmente.

Perché dentro ero morto da un pezzo.

Presi un quaderno. Mentre il sangue era coagulato e forse il mio arto avrebbe necessitato di una lavata.

Non me ne preoccupai assolutamente.

Presi una penna.

Provai a riorganizzare i pensieri.

Tutto inutile.

Nulla sembrava avere un senso in quella cazzo di notte.

E non lo aveva da tanto.

Accesi un’altra sigaretta.

L’ennesima.

Diedi una tirata nervosa.

Guardai la penna. Muta. Le risposte che cercavo erano nel suo inchiostro. Ma non volevano proprio uscire.

La presi e la scagliai contro la finestra.

Avevo sperato si rompesse il vetro.

Ma nulla.

L’irrazionale mi diceva di andare a prendere a cazzotti la finestra.

Ma nonostante avessi la morte intorno decisi di non farlo.

 “Non vali niente, farò di te quello che voglio, ti rovino!”.

La voce continuava.

E allora pensai: “Forse se un giorno riuscirò a scrivere questa storia mi sarò veramente liberato di te. Bastardo”.

Pubblicato il 25/10/2006 alle 18.24 nella rubrica Racconti.

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