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LA VOCE CONTINUAVA - 4

Mi fermai a guardarla nel buio della strada che stavamo percorrendo. Lei per un attimo non se ne accorse. Poi si voltò e vide che la fissavo. Mi stampò in viso, quel suo sorriso che tante volte mi aveva fatto fermare a riflettere. Adesso era ancora più bello. Contornato dal buio.
- Cosa c’è ? –
- Tutto…. –
- Eh ? –
- Niente, lascia stare. –
Non volevo che capisse che mi stavo beando internamente della sua bellezza. Anche se forse, in quanto donna, e quindi dotata di fortissimo sesto senso, lo sapeva.
Il suo sorriso me lo faceva capire perfettamente. Era maliardo, ma non cattivo.
Anzi.
Senza il suo sorriso non sarei più stato in grado di vivere.
Presi nella tasca del giaccone una sigaretta.
- Ancora ? Ma quando smetterai di farti questo ? –
Diedi una boccata profonda e la fissai.
- Questo cosa ? –
- Questo diavolo di autolesionismo tabagista….-
Non sapevo se aveva ragione, ma detto da lei sembrava l’unica soluzione della vita.
Mi tornarono alla mente le parole della canzone di Sergio Caputo “Perché non vai dal medico, ma che ci vado a fare non voglio mica smettere di bere e di fumare”.
Soprassedei al pensiero.
Mentre la fissavo vedevo nei suoi occhi scorrere la vita. La morte. La notte.
Tutte cose che amavo.
Ed in fondo lei le riassumeva tutte in se stessa.
Cominciava a scendere una fitta nebbia che abbassava la temperatura.
Lei si strinse nelle spalle, ed il suo cappotto nero la chiuse di una stretta quasi materna. Mi avvicinai e le baciai i capelli. Vidi che una lacrima scendeva dai suoi occhi.
Le baciai la guancia per asciugarla e per sentire il sapore salato.
- Perché ? –
- Cosa ? –
- Perché siamo qui ? –
- Non so nemmeno dove siamo a pensarci bene….-
- Ah ecco… Tombola –
- E’ tanto importante in fondo ? –
- Non lo so. –
- Ancora non so il tuo nome, quindi presuppongo che se non è importante il “con chi”, lo e’ tantomeno il “dove”. O no ? –
Era ferma, sempre più stretta in se stessa. Ora quando respirava con la bocca usciva del fumo dalle sue labbra. Sembravamo due fumatori incalliti.
- Non ne sono tanto sicura –
- Eh no, adesso sono io che ti dico che il dove non ha nessuna importanza –
- E perché sei qui ? –
- Solo perché me lo chiede il cuore, sei tu che mi hai detto di seguirlo –
- Quando ? –
- Sono i tuoi occhi che me lo dicono ogni momento, ogni qualvolta che li guardo o anche quando non lo faccio. –
 Rimase in silenzio. Non so perché. Poi si avvicinò e mi diede un bacio sulla fronte.
Si voltò e si diresse verso il muro.
- Vorrei poterlo attraversare per vedere cosa c’è dall’altra parte –
- Perché ? –
- Mi spaventa il vuoto, il non conoscere –
- Ma, se con l’amore non funziona così come può spaventarti il non conoscere ? –
- L’amore è un sentimento e cresce. E non sapere aiuta. Ma se sapessi cosa c’e’ dall’altra parte potrei “vivere” meglio.
- Ama, e vedrai che vivere sarà molto più semplice –
La lasciai a fissare il muro. La voce continuava. Incessante imperterrita.
Mi buttai per terra per non piangere e cominciai a prendere a cazzotti il pavimento.
“Lasciami in pace, lasciami vivere, lasciami amare”.
Vidi quelle mani scendere, arrivare dove non avrebbero dovuto. E vidi quel viso indifferente, sentii la vischiosità di quel momento. E vidi quel calcio che non avevo mai dato. E che se forse avessi assestato, non avrebbe dato luogo alla voce.
Ma il calcio non c’era stato. E non potevo inventarlo adesso, per quanto mi avrebbe potuto fare comodo. Ma non potevo.
E intanto la voce, continuava.

Pubblicato il 1/12/2006 alle 22.1 nella rubrica Racconti.

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