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SOPRA UNA PANCHINA FREDDA DEL METRO'

Il vagone e' semivuoto.
La condensa fa sgocciolare gli impianti di areazione.
Il treno e' li, fermo.
Entro e mi siedo.
Adoro questi momenti in cui posso osservare le persone davanti a me.
Sul sedile di fronte al mio, è seduta una ragazza dalla pelle ambrata.
Le lancio uno sguardo.
Sembra triste.
Si chiudono le porte ed il vagone inizia a muoversi, lasciandosi alle spalle Anagnina.
Un punto, che se ci pensi bene, è uno snodo, tra l'immobilismo caotico della citta', e la gioia festosa dei Castelli Romani.
Tutto ciò che e' esterno al vagone, comincia a perdere forma per la velocità, diventa striscie di colore.
La ragazza di fronte a me, si infila nelle orecchie delle cuffiette e inizia ad ascoltare della musica (probabilmente).
Lascio libera la mia fantasia vouyeristica, e provo ad immaginare dove vivano tutti quelli che sono seduti in questo vagone: provo a figurarmi i saloni, i corridoi delle loro case.
E non e' facile.
Li immagino tutti identico al mio.
Guardo il telefonino, per scoprire che ore sono, e mi accoglie la scritta "nessun servizio".
Ci stiamo muovendo nel mondo, ma contestualmente, ne siamo fuori.
Quando il treno arriva a Numidio Quadrato, fa la sua apparizione, la voce che annuncia le fermate "NUMIDIO QUADRATO, USCITA LATO... DESTRO".
Mi concentro su di essa. E' piatta. Ma allo stesso tempo rassicurante.
E' certa di quel che dice.
Nessuna esitazione.
(Grazie al cazzo, e' registrata).
Mi spavento a pensare come, fuori da qui, lo scenario cambi continuamente, mentre per noi, seduti su queste piastre plastificate color arancio, la visuale sia sempre la stessa.
E' come se tutto fosse immobile.
Immutabile.
Anche bello a dire il vero.
Siamo arrivati all'altezza di San Giovanni.
La voce preregistrata, con sicurezza annuncia la fermata.
Mi rendo conto di come, sbagli tutti gli accenti.
Ma poco importa.
Lui "sa" quello che dice.
E "sa" dove sta.
E' arrivata la mia fermata.
Scendo.
Siamo a Termini.
Dove, due mondi si incontrano.
Chi viene da una parte di Roma, chi dall'altra.
Tutti insieme.
Compatti.
Stretti nel vagone.
Li lascio, come se mi avessero rubato l'intimità, il pensiero.
Salgo le scale.
Esco allo scoperto.
La linea A.
Il mio "MeTro di giudizio".

Pubblicato il 1/6/2008 alle 0.0 nella rubrica Racconti.

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