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NAFTA, TELAI, CIMINIERE CORROSE

Mi domando, se le mie risate, il piu' possibile soffocate, diano fastidio ai ragazzi che, davanti a me, affollano la panineria.
Dal locale esce un brusio indistinto, ma soprattutto, panini in quantità industriale. D'ogni sorta.
(Non ho fame, ma piu' voglia di qualcosa di buono.)
Per non pensare al cibo, mi butto a capofitto nella magistrale opera di Gene Gnocchi, "Il Culo di Sacchi", un libro senza il quale il mondo non puo' fare (ma anche si, probabilmente).
Una pioggerella fastidiosa bagna la mia testa. E non definitivamente. Quel poco che basta per farti incazzare.
(Un bel diluvio sarebbe meglio. Assoluto e definitivo.)
Ad un tratto sento un rumore di ferraglia, e, mentre mi aspetto di vedere apparire un carrarmata, residuato bellico del 45, scopro, stupito, ma anche soddisfatto, che trattasi meramente del 14 notturno.
Salgo.
Appoggio la testa al finestrino e vedo scorrere la strada.
Allo stesso tempo scorrono i pensieri.
(Prima ero occupato da Gnocchi, e a ben pensarci non è nemmeno giovedì.)
Passano case, palazzi, ma di auto, nemmeno l'ombra.
La strada e' veloce.
L'autista un po' indisciplinato.
Meglio così.
Arrivo prima.
Mi volto.
Mi accorgo che sono solo.
Non ci saranno fermate intermedie.
Arriviamo a Magliana.
(Conosci l'odore di strade deserte, periferie misteriose, rotaie implacabili per nessun dove).
Mi alzo.
Mi accorgo che accanto a me c'e' una ragazza.
Dal fisico esile.
Gonna grigia.
Lo sguardo fisso.
(Anche i suoi occhi, rotaie implacabili per nessun dove).
Animalescamente potrei pensare millanta cose.
(A letti, a brandine, ad alcove).
Poi pero' penso che è sola.
Penso che e' buio.
Scendiamo entrambi.
Lei accorcia.
Passando dalle scalette.
Io giro intorno alle scalette, e prendo la strada piana.
Mi fermo.
La lascio andare avanti di qualche metro.
(Dovesse pensare che la sto seguendo.)
Siamo all'ultima scalinata prima della strada.
Mi accorgo che ha nelle orecchie delle cuffiette.
Ne sento la musica.
(Piu' rumore, a dire il vero).
Percorriamo, lei ignara di me, io con lei ben presente, gli ultimi gradini.
Si staglia davanti a noi un panorama sconfinato.
(L'angoscia che dà una pianura infinita.)
Io cammino sulla destra.
Lei sulla sinistra.
Cerco di tenerne il passo.
Sono come convinto di proteggerla.
Ad un tratto, appena la strada subisce una biforcazione, io continuo a destra, lei sempre a sinistra.
La saluto mentalmente.
Abbiamo condiviso un piccolo tratto di strada.
Peccato.
Speravo di piu'.
E' che soffro di solitudine nei ritorni notturni.
Ora io sto aprendo la porta.
Entro a casa.
Lei, non ne ho idea.
Questo mi fa capire, che siamo stati per brevi istanti compagni di viaggio.
Ma "non siamo una strada nè malinconia, nè un treno o una periferia".
E forse questa notte, pensero' a quel piccolo tratto di strada.
Piccolo.
Consueto.
Ma una parte, della mia vita.

Pubblicato il 4/6/2008 alle 0.0 nella rubrica Racconti.

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